di Emiliano Guanella

Una vittoria che entra nella storia, perché è la prima volta in 214 anni che la sinistra conquista il potere in Colombia. Un trionfo, quello di Gustavo Petro, che sembrava impossibile da raggiungere e che è frutto dello sforzo di un’economista di 62 anni dalla biografia degna di un romanzo; ha studiato nello stesso liceo di Gabriel Garcia Marquez, è stato guerrigliero del gruppo M-19 negli anni Ottanta, poi deputato, poi sindaco di Bogotà e senatore. Con più di 11 milioni di voti e una differenza di 700.000 consensi rispetto al populista di destra Rodolfo Hernandez, Petro ha vinto grazie ad una proposta di cambiamento radicale rispetto ai governi di centro e conservatori che hanno dominato da sempre la politica colombiana. La sua coalizione “Patto Storico” ha riunito le varie anime della sinistra, puntando molto anche sull’ecologia, sui diritti umani, sulla necessità di rilanciare il processo di pace che è stato ignorato dal governo del presidente uscente Ivan Duque. Lo hanno attaccato duramente, paventando il pericolo comunista, la “venezuelizzazione”, hanno tirato in ballo il suo passato in armi, sepolto da 32 anni di vita politica in democrazia.

La chiave della sua vittoria è stata la capacità di concentrarsi tra il primo e il secondo turno sulle regioni dove aveva bisogno di recuperare terreno, aumentando allo stesso tempo i consensi nei suoi due bastioni, la capitale e la costa dell’Oceano Atlantico, oltre ai giovani e le donne. E sulla capacità di mostrarsi più moderato e aperto al dialogo del solito. Una marcia in più gliel’ha data sicuramente la sua futura vicepresidente Francia Marquez, afro-colombiana, famosa per le sue battaglie ambientaliste nella complicatissima regione del Cauca, attraversata da violenza e narcotraffico. Il suo avversario Rodolfo Hernandez ha giocato di rimessa, si è rifiutato di partecipare a dibattiti elettorali sperando che l’onda lunga del candidato da social media e antisistema potesse portarlo alla vittoria. Il “vecchietto di Tik Tok” non è andato male, ha preso 10.5 milioni di voti, ma non sono bastati. Alla vigilia c’era chi temeva una coda polemica con denunce di brogli, ma ha prevalso il buon senso; appena consolidato il risultato, Hernandez ha diffuso un messaggio in video per congratularsi con lo sfidante, augurandogli buon lavoro. La legge elettorale colombiana riserva un posto da senatore al candidato sconfitto, Hernandez ha già detto che lo accetterà, ma che non necessariamente sarà leader dell’opposizione. Il compito di Petro non sarà facile.

Può contare su un buon bottino di parlamentari ottenuto nelle legislative di marzo, ha grande esperienza nel dialogo politico, ma sa che dovrà affrontare forti resistenze nel settore imprenditoriale, nella potente casta delle Forze Armate, la Colombia ha da anni il più alto budget per spesi militari della regione, nell’ostilità dimostrata fino all’ultimo da gran parte dei grandi media. Ha dalla sua i giovani, i movimenti sociali ed una fetta importante di quei 22 milioni di colombiani, il 40% della popolazione, che vivono sotto la linea della povertà. Petro ha già ricevuto l’appoggio dei presidenti di sinistra latino-americani, dai peronisti argentini al messicano Lopez Obrador, dal cileno Gabriel Boric al venezuelano Nicolas Maduro, col quale dovrà ora riallacciare relazioni diplomatiche anche per affrontare lo stato di anarchia e violenza che vige nella lunga frontiera tra i due paesi, dove operano narcotrafficanti, guerriglieri e militari corrotti.

Ha promesso di lottare contro la corruzione, contro il razzismo, contro le diseguaglianze sociali. “Siamo scrivendo una storia nuova per la Colombia e per l’America Latina. Avremo un cambio per davvero, daremo la nostra vita per questo. Non tradiremo chi ci ha votato. A partire da oggi la Colombia sarà un’altra nazione. È arrivato il governo della speranza”. La sua è una vittoria strategica a livello continentale e anche un colpo duro per gli Stati Uniti, che hanno sempre avuto in Colombia il partner strategico regionale. Dopo Boric in Cile e Petro, ora tutti guardano al Brasile dove la sinistra spera nella vittoria di Lula in ottobre contro Jair Bolsonaro.