Giuseppe Conte (Depositphotos)

di Pietro Salvatori

Uno psicodramma molto più psico che dramma. Dopo undici ore di riunione fiume divise tra lunedì pomeriggio e martedì mattina, la maggioranza trova la quadra sulla risoluzione da votare dopo le comunicazioni di Mario Draghi sul Consiglio europeo che andrà in scena a partire da giovedì. E i 5 stelle si acconciano a un accordo che gli lascia poco o nulla in mano rispetto non solo alle richieste iniziali, ma anche al compromesso al ribasso che era andato maturando nel corso delle ultime ore.

Il premier era atteso a Palazzo Madama alle 15. Alle 14, all’ultimo miglio, la maggioranza torna a riunirsi. Il compromesso sembra lontano. Il governo non cede: il maggior coinvolgimento del Parlamento preteso dal Movimento 5 stelle che già aveva fatto marcia indietro sullo stentoreo “no alle armi” può esserci solo se inserito nel quadro del decreto Ucraina, già approvato a larghissima maggioranza dalle Camere. Una cornice che lascia al governo la facoltà di decidere tramite decreti interministeriali l’invio di armi all’Ucraina nel quadro delle decisioni prese insieme agli alleati, e che prevede che il governo riferisca trimestralmente a Camera e Senato.

Mariolina Castellone dice no, questo testo non va bene. I 5 stelle si irrigidiscono. Soffia il vento della scissione di Luigi Di Maio, si accavallano voci su voci che il ministro degli Esteri mollerà il Movimento già in serata, i suoi sono attaccati al telefono cercando le firme per la costituzione dei nuovi gruppi. Giuseppe Conte riunisce il Consiglio nazionale, sono ore concitate, il muro contro muro non sembra avere vie d’uscita.

Al Senato un contiano è convinto: “E’ un’operazione che Di Maio ha concordato con Draghi, ci vogliono spingere fuori dal governo”. I vertici M5s sono in riunione permanente, la riunione si scioglie pochi minuti prima che Draghi arrivi a Palazzo Madama. E’ il caos. Nella sala Garibaldi che affaccia sull’aula è uno sciamare di senatori e di giornalisti senza soluzione di continuità. Matteo Renzi e Andrea Orlando si isolano pochi metri lontano e danno vita a un fitto conciliabolo. “I grillini rompono?”, si chiedono dal Pd. Passa la senatrice pentastellata Michela Montevecchi, alza le mani: “Non sono dimaiana né contiana, sono montevecchiana”. No senatrice, volevo chiederle della risoluzione. “Ah no, su quello ancora non sappiamo nulla”.

Mentre parla Simona Malpezzi e Loredana De Petris schizzano fuori dall’aula e si infilano negli uffici del gruppo del Partito democratico, a una manciata di passi. Uno sciame di cronisti le segue, loro mantengono il silenzio. Qualcosa succede. Qualche minuto e passa Stefano Candiani. Il senatore leghista ha meno problemi a spiegare quello che succede: “Vediamo, ci stiamo riunendo per trovare una mediazione sulla mediazione”, gongola alludendo alla lacerazione dei 5 stelle.

Dal quartier generale del Movimento si preparano a quello che uno dei suoi definisce “la ritirata strategica”. Dare il via libera alla risoluzione per togliere qualunque alibi alla scissione che sta preparando Di Maio. La riunione dura una manciata di minuti, poi Pietro Lorefice, capogruppo M5s in commissione Affari europei, appone la sua firma a nome del gruppo. Il testo recita così: il Parlamento impegna il governo a “continuare a garantire, secondo quanto precisato dal decreto legge 14/2002, il necessario e ampio coinvolgimento delle Camere con le modalità ivi previste, in occasione dei più rilevanti summit internazionali riguardanti la guerra in Ucraina e le misure di sostegno alle istituzioni ucraine, ivi comprese le cessioni delle forniture militari”.

Un testo che sostanzialmente non lascia margine alcuno affinché da domani cambi qualcosa rispetto a quanto accaduto finora, una retromarcia completa rispetto all’iniziale sbandierata volontà di dire basta all’invio alle armi, ma anche a quanto preteso nelle ultime ore: obbligare il governo a un passaggio parlamentare prima di qualunque nuova fornitura e prima dei vertici internazionali. Non c’è nulla di tutto ciò, le modalità di coinvolgimento delle Camere sarà “necessario e ampio”, ma nelle modalità “previste” dal decreto Ucraina.

Una decisione soffertissima e assunta in ragione del non fornire a Di Maio alcuna giustificazione per la sua scissione, per inchiodarlo davanti ad attivisti e elettori alle sue responsabilità, ma che dal punto di vista della battaglia condotta nell’ultimo mese è una Caporetto su tutti i fronti. Dopo il voto, tuttavia, le teste dei 5 stelle sono già altrove. Francesco Berti, deputato che ha partecipato all’infinita trattativa, incontra il collega Luigi Iovino, considerato vicino a Di Maio. “Voi dove vi siederete adesso?”, lo incalza sulle voci di un imminente addio. “Voi chi?”, gli risponde Iovino. Prima di concedersi un larghissimo sorriso.