di Daniela Fatarella

Attraversano ogni giorno i nostri confini, pieni di paura e di speranze, ma anche forti e coraggiosi, diventati adulti troppo presto. Hanno perso l’infanzia il giorno in cui hanno lasciato le loro case, la loro vita, la loro famiglia. E adesso sono soli, nascosti in piena vista, in un’Europa che non li sa accogliere e soprattutto non sa comprendere quanto questi minori possano essere resilienti e capaci di dare al nostro vecchio continente nuove energie e nuovi stimoli.

Viaggi che durano mesi o anni, passando da uno Stato all’altro da ‘invisibili’, attraverso montagne, boschi, lungo i binari e superando confini violenti, macchiati di sangue, dove ragazzi e ragazze soli, a volte poco più che bambini, e famiglie con figli piccoli – in fuga da guerre, conflitti, povertà estrema, alla ricerca di un futuro possibile – conoscono l’orrore delle percosse, dei cani aizzati contro, della morte dei compagni di viaggio, dentro e fuori l’Europa.

Meheran ha solo 15 anni e mentre parliamo con lui, in un rifugio a Oulx, ci racconta che ha lasciato l’Afghanistan tre anni prima. Ne aveva 12 quando ha cominciato il suo viaggio. Un bambino, con tutti i sogni di un bambino: nel suo paese non poteva più andare a scuola e lui invece amava leggere, cercava sempre libri o tentava di imparare a usare il computer dai suoi amici che stavano meglio. Ma erano troppo poveri e studiare non gli era permesso e allora ha convinto suo padre a farlo andare via. Ci racconta che quando era piccolo gli piaceva guardare nelle riviste le foto degli ingegneri e dei palazzi che costruivano e pensava che un giorno anche lui avrebbe voluto costruire un palazzo e vedere la sua foto su una rivista, con lui in posa accanto all’edificio che aveva disegnato e costruito. Meheran ha attraversato l’Iran, la Turchia e poi ha affrontato “the game”, il gioco infernale attraverso il quale devono passare i migranti che decidono di percorrere la rotta balcanica per raggiungere l’Europa. Ce l’ha fatta anche se addosso e negli occhi porta i segni di ciò che ha vissuto e che ha dovuto vedere, un ragazzino di soli 15 anni, con il sogno di fare l’ingegnere.

Un anno dopo la ricerca effettuata alle zone di confine della frontiera Nord d’Italia – a Trieste, per chi arriva nel nostro Paese attraverso la cosiddetta rotta balcanica e in uscita verso la Francia, a Ventimiglia in Liguria e a Oulx in Piemonte – Save the Childrenè tornata a raccogliere testimonianze e a raccontare storie di passaggi e respingimenti di minori soli o con le loro famiglie nel rapporto “Nascosti in piena vista”, per capire cosa è cambiato. Tante le testimonianze di violenze, respingimenti, umiliazioni subite durante il viaggio, vere e proprie violazioni dei diritti umani e dei diritti dei minori, che fanno emergere un’Europa a due livelli: in uno scenario mondiale profondamente mutato, l’Europa e i suoi Paesi hanno dimostrato di saper spalancare braccia e porte alla popolazione in fuga dalla guerra in Ucraina, ma al contempo si sono dimostrati brutali e disposti a usare forza ingiustificata contro gente inerme, “colpevole” di non avere documenti validi per l’ingresso, ma bisognosa allo stesso modo di un posto sicuro.

Mentre i profughi ucraini,infatti, con ammirabile solidarietà, vengono accolti ai valichi autostradali con donazioni di cibo, vestiti e un trattamento dignitoso che fa onore all’Italia e all’Europa, nei rilievi del Carso triestino, così come sul Passo della Morte tra Ventimiglia e Mentone e tra i sentieri del colle del Monginevro, numerosi vestiti, documenti e altri oggetti abbandonati testimoniano il passaggio di persone analogamente in fuga da privazioni e violazioni dei loro diritti, ma provenienti da altri Stati, obbligati a viaggiare nell’ombra, attraversando nel buio le frontiere in un’Europa che chiude loro le porte.

A Meheran le porte sono state chiuse: ci dice che in questi anni da solo ha imparato a riconoscere il bene e il male e sa che il mondo è fatto di persone buone e cattive e ne ha incontrate di tutti i tipi, ma lui vuole solo andare lontano a cercare di raggiungere il suo sogno. Ha provato ad andare in Svizzera, ma è stato respinto, ora si prepara ad attraversare a piedi il confine tra l’Italia e la Francia al valico del Monginevro. Ci racconta che appena può cerca carta e penna per scrivere degli appunti e quando gli regaliamo un quaderno e una penna, ci ringrazia e ci abbraccia come se non avesse mai ricevuto niente di più prezioso. Lo guardiamo andare via, pronto per salire su un autobus che lo porterà verso il confine. Ha scarponcini rimediati e una giacca a vento, che non lo proteggerà dalla neve che sta per arrivare. Si avvia con un gruppo di coetanei verso la fermata, poi d’improvviso si gira, ci sorride, stringe in mano il suo quaderno e alza il pollice per salutarci.

Ieri  è stata la Giornata Mondiale del Rifugiato e in un mondo che continua a farsi la guerra e in cui ragazzini come Meheran sono costretti a scappare per inseguire i propri sogni, la speranza è quella di aprire un giorno una rivista internazionale e trovare la sua foto accanto a un grande e bel palazzo. Finalmente in piena vista, come meriterebbe di essere ogni ragazzo che sta compiendo il suo viaggio, con tanta forza e tanto coraggio.