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di Michele Fina

I dati presentati recentemente dall’Istat sulla povertà del nostro Paese inducono a riflessioni sulle politiche da adottare a breve e medio termine. Le cifre, riferite al 2021, parlano di una situazione grave ma sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente (1,9 milioni di famiglie e 5,6 milioni di individui in condizioni di povertà assoluta), e riportano una lettura che riferisce di un effetto negativo che è scaturito dall’aumento dell’inflazione nel 2021.

Facile prevedere che l’aumento dei prezzi, ben più drammatico nella fase attuale, stia già portando a un deterioramento del quadro. Sebbene inoltre come detto la situazione complessiva del 2021 sia sostanzialmente analoga a quella riscontrata nel 2020, va chiarito che la distribuzione geografica è cambiata: al Nord c’è stato un miglioramento, mentre al Mezzogiorno un peggioramento.

È compito della politica quindi, e in particolare del Partito Democratico, fornire al più presto proposte per interventi strutturali. Il dibattito va aperto subito, tanto più che ci troviamo nella fase di confronto in vista della redazione della Legge di Bilancio, che sarà in ogni caso e con tutta probabilità preceduta da altri interventi. Non credo possano essere sufficienti misure tampone come il bonus da 200 euro, così come i rinnovi contrattuali dovranno essere affiancati da scelte più incisive e specifiche.
È giusto, sulla scia di quanto stabilito in Europa, perseguire la strada del salario minimo e allo stesso modo ritengo che sia del tutto sbagliata, oltre che pericolosa, la piega del dibattito che si è sviluppato sul reddito di cittadinanza, viziato da scarsa conoscenza dell’evoluzione della misura e, peggio ancora, da una buona dose di malafede. Il reddito di cittadinanza ha avuto l’innegabile merito di costituire una scialuppa cruciale nella complicatissima fase pandemica per milioni di famiglie e individui, e già oggi gli aggiustamenti apportati in corso d’opera lo stanno rendendo una misura più efficace e meno arbitraria. Le domande sono per esempio passate dalle 665mila del maggio 2021 alle 485mila del maggio 2022, ed è lecito supporre che ciò sia dovuto anche al rafforzamento dei controlli.
La misura è criticata perché costituirebbe, dicono i detrattori, un disincentivo all’ingresso del mondo del lavoro. Occorre a tal proposito sottolineare che i beneficiari sono per un quarto minorenni, il cinque per cento anziani, il tre per cento persone con disabilità e che si registrano 400mila beneficiari tra i 55 e i 65 anni. Prevalgono i titoli di studio bassi ed emerge in riferimento alle esperienze lavorative pregresse un quadro di grande debolezza. Il ministro del Lavoro Andrea Orlando ha ricordato che su 3,1 milioni di persone interessate sono solo poco più di un milione le persone occupabili e circa il 70% ha un titolo non superiore alla licenza media. Vanno tolti 125mila esonerati e 16mila rinviati ai servizi sociali mentre 167mila sono già occupati. Dei 767mila “attivabili” 544mila sono senza alcuna esperienza negli ultimi tre anni. Con riferimento al presunto disincentivo al lavoro rappresentato dall’entità del beneficio rispetto ai salari di mercato va detto che l’importo medio erogato è pari a 588 euro.
Lungi dall’essere una misura inefficace o inutile, credo che vada potenziata, ma non solo e non tanto per la quantità di risorse da dedicarvi, quanto nel miglioramento della connessione con i percorsi di formazione e lavoro. Investire sul nuovo programma GOL rappresenta in questo senso un’occasione importante, anche ai fini di “liberare” risorse per quella parte di platea del reddito di cittadinanza più difficilmente occupabile. Così come, ai fini di un più deciso intervento contro la povertà, è fondamentale proseguire sulla strada del rafforzamento dei servizi sociali comunali, già intrapresa nelle ultime leggi di bilancio e in altri provvedimenti.