Il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro (depositphotos).

di Emiliano Guanella

Dopo la vittoria del socialista Gabriel Boric in Cile e quella dell’ex guerrigliero ed ex sindaco di Bogotà Gustavo Petro in Colombia, la sinistra sudamericana aspetta con ansia le elezioni in Brasile, con Lula da Silva sempre più in netto vantaggio sul presidente conservatore Jair Bolsonaro. A 100 giorni dal voto del due ottobre la scena politica è incandescente, soprattutto dopo la diffusione dell’ultimo sondaggio dell’autorevole società di inchieste elettorali Datafolha, che ha pronosticato addirittura una vittoria dell’ex “presidente operaio” al primo turno, con 53% delle intenzioni di voti validi rispetto al 36% di Bolsonaro.

Questo, assieme al trionfo storico di Petro in Colombia, è bastato per far scattare l’allarme del “pericolo rosso” o dell’invasione comunista e ad iniziare sono stati membri dell’entourage stretto dell’attuale Capo di Stato. Suo figlio Eduardo Bolsonaro, deputato eletto con la maggior votazione della storia e molto attivo sui social media, ha postato su twitter una cartina del Sudamerica con la falce e martello minacciosa che accerchia il Brasile. “La responsabilità dell’elettore brasiliano aumenta. Non si tratta solo di salvare il nostro Paese, ma tutto il continente!”.

In effetti l’avanzata della sinistra, con tutte le sue sfumature, è evidente. I progressisti governano oggi con i peronisti di Alberto Fernandez in Argentina, con il trentaseienne Boric in Cile, l’inossidabile Nicolas Maduro in Venezuela, l’ex maestro Pedro Castillo in Perù, il socialista andino Luis Arce in Bolivia e con il neo arrivato Petro, primo presidente di sinistra della Colombia. Oltre al gigante Brasile, a destra si situano i tre paesi più piccoli del continente, l‘Uruguay, il Paraguay e l’Ecuador, dove però l’ex banchiere Guillermo Lasso è messo in questi giorni sotto scacco da una durissima protesta dei movimenti indigeni.

Bolsonaro e i suoi hanno di che preoccuparsi, considerando anche che i brasiliani andranno a votare in una situazione economica certamente non facile; l’inflazione è schizzata negli ultimi dodici mesi (il salto è stato dal 2,5% al 12% su base annua), la compagnia petrolifera pubblica Petrobras non fa che aumentare il prezzo della benzina, la disoccupazione è ancora molto alta e la ripresa economica post pandemia è assai lenta.

Quando il portafoglio piange, si sa, ne fa le spese il governo di turno e per questo al Palazzo del Planalto si stanno adoperando per cercare di frenare questo trend al ribasso negli indici di gradimento. All’indomani del sondaggio Datafolha il governo ha annunciato l’aumento da 400 a 600 reais del sussidio “Auxilio Brasil”, poco più di cento euro al mese per le famiglie più povere. Un aumento a tre mesi del voto che sa molto di tattica elettorale e che, secondo gli analisti, difficilmente basterà per far togliere ai brasiliani l’idea che sotto l’attuale esecutivo la crisi non ha fatto altro che peggiorare le loro condizioni di vita.

Sugli scaffali dei supermercati delle grandi città stanno comparendo adesivi a indicare i prodotti che hanno subito gli aumenti più significativi che, guarda caso, sono proprio quelli maggiormente comprati dalle famiglie più povere come riso, fagioli, olio, farina, pollo. “BolsoCaro”, lo slogan scelto dalla campagna antigoverno, sarà un martellamento costante da qui ad ottobre.

A preoccuparsi per lo spostamento a sinistra della regione sono anche gli Stati Uniti, che da tempo hanno perso la leadership economica in Sudamerica rispetto alla Cina, il maggior partner commerciale quasi ovunque. Non che l’amministrazione Biden sia particolarmente affine a Bolsonaro, fedele e incondizionato alleato di Donald Trump, ma si sa che con Lula presidente gli occhi del Brasile saranno sempre più rivolti verso la partnership con Pechino e sempre meno attenti alle relazioni con Washington.

Tutti gli istituti di ricerca concordano sul fatto che sarà soprattutto un voto per esclusione; i brasiliani voteranno contro il governo o contro il possibile ritorno del Partito dei Lavoratori di Lula e, per il momento, il maggior indice di rifiuto spetta proprio a Bolsonaro. “Il Brasile – diceva il grande artista Tom Jobim – non è un paese per principianti”; tutto da qui ad ottobre può succedere, ma al momento a correre in salita è sicuramente il vulcanico ex capitano dell’esercito.