Matteo Salvini (foto depositphotos)

Acque agitate in casa Lega (con relative fibrillazioni nella maggioranza) dove quasi volano gli stracci. La battuta d’arresto delle comunali ed i costanti attriti con Pd e 5Stelle, in particolare su Ius Scholae e cannabis, hanno scatenato il dibattito. Pochi ma dirimenti i punti di domanda: rimanere nel governo, uscire e, al massimo, assicurare un appoggio esterno? Oppure cambiare radicalmente rotta, passare all’opposizione, mettendo sotto discussione finanche leadership, logo e nome del partito? Di questo si discute.

Da una parte il segretario Matteo Salvini, dall’altra lo stato maggiore del Carroccio. Ora, che il momento sia delicato nessuno se lo nasconde. A partire da Riccardo Molinari, capogruppo alla Camera, secondo cui che “nella base ci sia un momento di sofferenza per questo Governo, che non dà le risposte che i nostri elettori si aspettavano e che stare al Governo ci ha fatto pagare un prezzo altissimo alle amministrative, è assolutamente oggettivo”. Evidentemente, è però il parere del parlamentare leghista “al Governo bisogna starci con una postura diversa portando a casa delle risposte diverse”. Per quanto concerne, invece, il cambiamento del nome, “questa è una decisione che prenderà il congresso (quando ci sarà). Credo che ad oggi non sia un tema”. Ma la leadership di Salvini: “non è tuttavia in discussione”.

Un congresso, appunto. Per cambiare nome al partito. O per salutare… una scissione, sull’esempio di quanto accaduto in casa 5Stelle. La voce, di cui hanno parlato alcuni organi di stampa (e che ovviamente la Lega ha categoricamente smentito), riferisce infatti di pericolosi mal di pancia in via Bellerio dove, a voler dar retta ai rumors, si sarebbe addirittura ordito un piano contro Salvini. Una specie di congiura, raccontata da esponenti leghisti lombardi al quotidiano La Repubblica. Tutto sarebbe partito proprio dal Consiglio regionale della Lombardia, dove una fronda avrebbe lavorato per un congresso che cambiasse il nome del partito da “Lega per Salvini premier” semplicemente a “Lega”, indebolendo l’ex vicepremier. Se questo non fosse riuscito si sarebbe valutato l’addio, con un’operazione in stile Di Maio.