Matteo Salvini (foto depositphotos)

DI LUCA BIANCO

Ci siamo. Pochi giorni e alla Camera inizierà in assemblea l’esame degli emendamenti presentati sulla proposta di legge che mirano ad introdurre lo ius scholaenell’ordinamento italiano. Vivono come i loro compagni di banco italiani, parlano la stessa lingua, hanno gli stessi obiettivi, alcuni diventano famosi, vedi Khabi Lame. Ma per ottenere la cittadinanza italiana, essendo figli di cittadini stranieri, dovranno conoscere a menadito le principali festività regionali – dalla Valle d’Aosta alla Sicilia – e sostenere un colloquio sugli usi e costumi italiani “dagli antichi romani a oggi”. Una prova orale dovrà essere brillantemente superata elencando le sagre popolari del territorio. Il candidato dovrà persino capirne di alta moda. O almeno, queste sono solo alcune delle proposte più stringenti avanzate dalla Lega in sede parlamentare.

Sì perché il disegno di legge a firma centrosinistra che mira a facilitare l’accesso alla cittadinanza per i ragazzi e le ragazze che hanno completato le scuole dell’obbligo nel nostro paese, ha ottenuto il semaforo verde in commissione Affari costituzionali di Montecitorio. Ora si appresta a essere discusso in aula. Il centrodestra, da sempre contrario al principio dello ius scholae, anche se con qualche sfumatura di vedute interna, ha già annunciato battaglia per fermare l’iter del provvedimento. Salvini ha promesso le barricate. E intanto il gruppo parlamentare del Carroccio alla Camera ha presentato oltre 1.500 emendamenti – ovvero proposte di modifica – volti soprattutto a rallentare i lavori.

Ostruzionismo parlamentare a parte, scorrendo le oltre 150 pagine del dossier contenente le proposte, si trova di tutto. Dal blocco della cittadinanza per i ragazzi che hanno commesso specifici reati, passando per il requisito di aver conseguito il diploma con una votazione minima di 95 su 100. Altri emendamenti, se approvati insieme alla legge – cosa improbabile – prevedono persino una padronanza, da parte del giovane aspirante cittadino, di materie sulle quali è lecito chiedersi se gli italiani “nativi” le sappiano con altrettanta maestria. Ce ne sono persino alcune di dubbia storicità: una impone al candidato la conoscenza degli usi e costumi italiani dagli antichi romani ad oggi, senza tener conto che il concetto di Italia come nazione esiste dal Basso Medioevo, e politicamente dal Risorgimento in avanti.

Comunque, ecco una lista sintetica dei requisiti più esigenti richiesti dai leghisti per diventare italiani:

  • Aver conseguito il massimo dei voti all’esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione, risultando sempre ammesso all’anno di corso successivo
  • Superare una prova scritta consistente in un riassunto di un brano della musica italiana
  • Prova scritta consistente in un elaborato sulla moda italiana
  • Attestazione della perfetta conoscenza degli usi e costumi italiani mediante prova orale sulle tradizioni popolari più rinomate
  • Prova orale sulle festività nelle diverse regioni d’Italia
  • Colloquio sugli usi e costumi italiani dagli antichi romani ad oggi
  • Prova orale sulle sagre tipiche italiane
  • Test sui prodotti tipici gastronomici italiani

Per finire, una decina di parlamentari del Carroccio ha presentato un emendamento a testa in rappresentanza del proprio collegio territoriale. Si legge così di una proposta a firma del maceratese Patassini che richiede il superamento di una prova scritta vertente sulle tradizioni marchigiane. Il torinese Caffaratto propone un esame su quelle piemontesi. E via dicendo: siciliane, friulane, giuliane, romagnole, emiliane, lucane eccetera eccetera. A questo punto c’è da chiedersi che cosa potrebbe succedere se gli stessi test venissero sottoposti anche a chi italiano lo è già. Siamo sicuri che gli oltre 55 milioni di “nativi” conserverebbero la cittadinanza?