Il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro (depositphotos).

di EMILIANO GUANELLA

Il “Trump dei Tropici” prepara il terreno per un possibile colpo di mano in vista delle prossime elezioni presidenziali. Non si placano in Brasile le polemiche per il discorso pronunciato in settimana da Jair Bolsonaro in un incontro con una cinquantina di ambasciatori stranieri. Trenta minuti filati di arringa contro la Corte elettorale, davanti alla platea sbigottita dei rappresentanti dei più importanti paesi. Bolsonaro da tempo sostiene che il sistema di votazione interamente elettronico non è sicuro, perché soggetto a possibili attacchi di hacker informatici che possono falsare il risultato finale. Per questo ha suggerito un computo parallelo gestito direttamente dalle Forze Armate, ipotesi negata categoricamente dai giudici elettorali. “Non capisco – ha detto – come si possa essere così ingenui da pensare che non esista la possibilità di brogli. Se sono così sicuri del voto elettronico perché si rifiutano di sottoporre il tutto ad una doppia verifica?”.

Con frasi sibilline, ha poi suggerito una possibile agitazione popolare nel caso ci siano dubbi sul risultato finale. “Il popolo non starà a guardare se ci saranno dei brogli. Noi vogliamo un sistema sicuro al 100%, oggi le condizioni non sono ottimali”. In Brasile dal 1996 si vota digitando dei numeri su una macchinetta in stile bancomat, si tratta di un sistema chiuso e non collegato ad una rete e che non è mai stato messo in discussione dai candidati o da osservatori indipendenti. Non esistono schede cartacee, alla fine della votazione ogni macchina emette una “ricevuta” con i risultati del seggio corrispondente e tutto viene comunicato ad una regia che in meno di due ore processa quasi duecento milioni di voti. Un sistema moderno ed efficiente che è stato elogiato dalle Nazioni Unite e che non ha mai creato problemi. Ma Bolsonaro, che è dato dai sondaggi con 20 punti di svantaggio rispetto all’ex presidente di sinistra Lula da Silva, non ci sta e ripete un discorso già sentito negli Stati Uniti da Donald Trump. Alla fine del suo discorso gli ambasciatori hanno abbozzato un timido applauso, ma subito dopo sono affiorate, fuori dai canali ufficiali, le critiche, assieme ad un sentimento di seria preoccupazione per quello che può succedere da qui al due ottobre.

Se Bolsonaro pensava di convincere qualcuno, la sua mossa si è rilevata un pericoloso boomerang oltre ad un forte danno d’immagine a livello diplomatico. L’ambasciata statunitense è uscita allo scoperto, diramando una nota per riaffermare la piena fiducia di Washington nel sistema elettorale e nella democrazia brasiliana. Anche il presidente del Senato Rodrigo Pacheco ha criticato il discorso, mentre alcuni partiti d’opposizione hanno denunciato il presidente davanti alla stessa Corte elettorale. Un certo nervosismo si è innescato anche tra gli strateghi della sua campagna; quando un candidato parla di possibili brogli a due mesi e mezzo dal voto la sensazione è che non ha molta fiducia nelle sue possibilità di vincere e questo non è certo un buon messaggio rivolto agli elettori. Alcuni analisti mettono in guardia sui pericoli di una frattura istituzionale, con il rischio di un nuovo Capitol Hill, considerando una certa propensione allo scontro dei settori più duri del suo elettorato.

I continui riferimenti ai militari, chiamati in causa come possibili agenti di controllo sul voto, non sono certo un segnale positivo alla vigilia di un’elezione così importante. Ma Bolsonaro, come sempre, tira dritto. La campagna elettorale è di fatto già iniziata e uno dei momenti clou saranno le celebrazioni dei duecento anni dell’indipendenza brasiliana il prossimo 7 settembre. Si sta preparando una sontuosa parata militare a Brasilia, che molti intendono come una dimostrazione di forza della lealtà delle Forze Armate ad un presidente che non sembra affatto intenzionato a lasciare il potere.