Era dal 1970, quando Adriano Sofri scambiò i moti di Reggio Calabria per l’inizio della rivoluzione proletaria e lanciò la sua Lotta Continua di estrema sinistra in aiuto al senatore neofascista Ciccio Franco (da non confondere con l’omonimo duo comico) per battere Catanzaro come capoluogo della neonata Regione Calabria, che non si assisteva a un tale marasma rossobruno.

Simone Di Stefano ha litigato con Gianluca Iannone, l’altro leader di Casapound, è uscito dal movimento di estrema destra e ora raccoglie firme per presentarsi alle elezioni con Mario Adinolfi, del Popolo delle famiglie. E fin qui nulla di strano.

Poi però ha mandato questo appello a Marco Rizzo, già eurodeputato e ora capo del partito comunista: “Ci conosciamo e stimiamo in segreto (perché non sia che lo scoprano i nostri elettori). Con Paragone (ex leghista e grillino, ndr) ci conosciamo dai tempi formidabili de La Gabbia (il talk de La7 chiuso da Urbano Cairo per scarsi ascolti, ndr). Noi tre e Adinolfi siamo i soli in grado di portare simboli sulla scheda. Troviamo il modo di sommare le forze. Lo sbarramento al 10% è alla nostra portata, comunque le liste passerebbero col 3%. Così convinceremmo milioni di italiani ad andare a votare. Di fronte alla violenza e arroganza del potere non possiamo non reagire con una somma di forze. La gente ci vuole uniti”.

Per la verità la gente da anni snobba questi personaggi, relegandoli allo zero virgola ogni volta che concorrono alle elezioni. Ma due anni di pandemia e cinque mesi di guerra in Ucraina hanno cementato una curiosa alleanza no vax e sì Putin, creando un Frankenstein fasciocomunista nei cortei e sui social.

Il crollo dei grillini sta aprendo spazi insperati per questo nuovo estremismo bifronte: alcuni sondaggi lusingano col 4% l’Italexit di Paragone. I neofascisti di Forza Nuova, finora concorrenti di Casapound, hanno cercato di cavalcare i no vax ma dopo l’assalto alla Cgil sono fuorilegge. E lo stesso Di Stefano è accusato dai suoi ex camerati di voler passare all’incasso elettorale, abbandonando il movimentismo.

Così l’arcicomunista Rizzo, che forse piace a Di Stefano per la sua silhouette mussoliniana, non si imbarazza ad accogliere fra le sue fila l’eurodeputata no vax di Palermo Francesca Donato, eletta con la Lega. Facebook ha chiuso la pagina di Donato per le troppe bufale pubblicate, lei ha lasciato Salvini ma a novembre ha preso solo il 3% al comune di Palermo.

Anche il senatore grillino Emanuele Dessì è approdato al partito comunista di Rizzo. E assieme al collega Vito Petrocelli (cacciato dai grillini per putinismo) pochi giorni fa è andato in Nicaragua ad applaudire il dittatore sandinista Ortega.

Tutto si tiene, nella bizzarra combriccola fascioputiniana. I nemici comuni sono gli Usa, l’Occidente e Draghi. Quelli di estrema destra vengono tenuti a distanza di sicurezza da Meloni e Salvini; a sinistra il disfacimento di Leu priva i nostalgici comunisti di una qualsiasi calamita, perciò si moltiplicano microliste (alle recenti comunali a Milano ce n’erano ben quattro con falce, martello e zero eletti).

Naturalmente, a chi trovasse folkloristica questa convergenza fra opposti estremismi, nel centenario della marcia su Roma basta ricordare le origini socialiste rivoluzionarie del duce fascista. Senza dover scomodare i giganti Hitler e Stalin, felicemente alleati dal 1939 al 1941 per la spartizione di Polonia e Paesi Baltici che diede inizio alla Seconda guerra mondiale.