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di Lorenzo Santucci

A invocare un’indagine indipendente per valutare le responsabilità di quanto accaduto nella prigione di Olenivka era stata ieri l’Ucraina, mentre oggi è Mosca ad aprire le porte del carcere affinché Croce Rossa e Onu possano svolgere il loro lavoro. “L’interesse della Federazione russa” è quello di “condurre un’indagine obiettiva”, scrivono dalla Difesa, al fine che si possa dare un nome e un cognome al responsabile che ha causato la morte di 53 prigionieri e ne ha feriti almeno 75. Numeri più bassi di quelli riportati da Kiev, che continua a dirsi innocente di fronte alle accuse russe, incolpando Mosca di aver distrutto la prigione per nascondere quello che avveniva al suo interno. Maltrattamenti e soprusi, in barba a qualsiasi convenzione internazionale. Era questo il modo in cui sarebbero stati trattati i detenuti che, secondo il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba, dovrebbe portare alla condanna internazionale di Mosca e dei suoi crimini di guerra. Questi non sono certo una novità in questo conflitto, ma via via che lo scontro sul terreno diventa più aspro, anche le ritorsioni si induriscono. “Che nei conflitti ci siano sempre rappresaglie contro le forze armate contro cui si combatte è un fatto storico. Più si va avanti, più il conflitto si irrigidisce, più c’è voglia di rappresaglia”, afferma ad Huffpost Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.

Nonostante gli ultimi tempi ci abbiano abituato a ben altri atteggiamenti, “tutte le parti hanno un obbligo e se Mosca vuole aprire le porte della prigione fa solo il suo dovere, quale quello del rispetto delle convenzioni”, continua. Un aspetto che è stato ignorato più volte, anche da parte ucraina, come sottolinea il portavoce dell’organizzazione. “Se si volessero rispettare le convenzioni di Ginevra, i detenuti sono prigionieri di guerra e non devono essere soggetti a maltrattamenti o a un processo. Forme di tortura, minacce di condanne a morte e la continua esposizione mediatica dei prigionieri, utile per le rispettive propagande, sono chiare violazioni della terza convenzione”, spiega. Proprio in questi giorni abbiamo assistito a episodi simili. Il più crudo è quello che ritrae un soldato (presumibilmente) ceceno, appartenente al reparto Akhmat, intento nel castrare con un taglierino un detenuto ucraino, imbavagliato e con le mani legate, poi ucciso con un colpo di arma da fuoco alla testa. Attorno a lui, altri soldati sghignazzanti insultano il condannato a morte. Il video è stato pubblicato su canali Telegram filorussi e non lascia altro spazio se non alla crudeltà. A permettere di distinguere la nazionalità sono gli indumenti: cappello a frange nere, fascetta al polso e distintivo con la Z per l’omicida, stemma a strisce gialloblu per il prigioniero. Il video non solo è autentico, come conferma il sito investigativo Bellingcat, ma il protagonista si sarebbe visto in almeno un’altra clip diffusa da Russia Today, nell’impianto Azot a Severodonetsk. “Tutto il mondo ha bisogno di capire: la Russia è un paese di cannibali che amano la tortura e l’omicidio”, ha scritto su Twitter il consigliere del governo ucraino, Mykhailo Podolyak, che ha avvertito come “la nebbia della guerra non aiuterà ad evitare la punizione dei carnefici. Identifichiamo tutti. Prenderemo tutti”. Scene simili si sono verificate, ovviamente, anche dall’altra parte. Riccardo Noury fa l’esempio del video in cui viene ripreso un soldato ucraino mentre spara a sangue freddo sulle gambe dei prigionieri russi, anche loro con le mani legate dietro la schiena e alcuni in ginocchio, gambizzandoli sotto gli occhi degli altri commilitoni. “Più si catturano prigionieri di guerra, più ci si vuole vendicare di ciò che è successo”, spiega il portavoce. In questi casi comprendere come siano andati i fatti è facile mentre per altri, come nel caso della prigione di Olenivka, a pochi chilometri da Donetsk, è un’operazione molto più complessa.  Entrambe le parti si rimbalzano le colpe, entrambe convinte dalle loro ragioni. Ma non si può decretare un responsabile con leggerezza. “È un lavoro faticoso”, quello di arrivare alla verità. “Non si possono mettere a confronto le narrazioni di guerra e capire quale sia quella di miglior buon senso. Non basta. Né i russi né gli ucraini possono affibbiare responsabilità. L’unico modo è un’indagine indipendente. Ci vorrà del tempo e bisognerà vedere se emergono alcuni elementi”. Come il tipo di arma che ha distrutto la struttura (che i russi sostengono essere missili Himars, che l’Occidente sta donando agli ucraini) e chi le ha in dotazione, sempre che non siano state rubate, e quindi capire “chi può averle azionate. Chiunque sia stato è un crimine di guerra. Ogni conflitto, anche a distanza di anni, porta con sé degli episodi divergenti”, afferma Noury ricordando l’esempio del mercato centrale di Sarajevo, Markale, dove il 5 febbraio del 1994 persero la vita sessantotto persone.

Ad oggi, senza elementi, è impossibile affermare se gli ucraini abbiano lanciato i missili sui propri soldati imprigionati per poi dare la colpa al Cremlino, oppure se sia stato quest’ultimo ad aver architettato il tutto. Non sarebbe la prima volta, visto che strutture civili sono diventate obiettivi militari dei russi. A non migliorare la posizione di Mosca è, tra l’altro, un tweet dell’ambasciata russa a Londra. Si sa che nella prigione c’erano soldati del battaglione d’Azov catturati dopo la loro resa e la conseguente conquista di Mariupol da parte dell’esercito russo. Gli stessi che, come si legge nel messaggio rilasciato – e mai cancellato – dall’ambasciata, “meritano di venire giustiziati, ma non da un plotone di esecuzione, devono essere impiccati, meritano una morte umiliante”. A rispondere è stato il comandante ad interim del Battaglione, Nikita Nadtochy, che rivolgendosi a Vladimir Putin gli ha ricordato come “non si parla di corda in casa dell’impiccato”, promettendogli di “venire giustiziato, insieme a tutti gli sciacalli e le ambasciate, condannato da un tribunale internazionale”. Difficile che ciò accada, almeno in tempi relativamente brevi. Ad ogni modo, dei crimini di guerra “ne rispondono in primo luogo i responsabili sul campo delle operazioni”, continua Noury. “La catena delle responsabilità”, tuttavia, “può arrivare fino a tutti coloro che, pur sapendo o non potendo non sapere, non ne hanno impedito la commissione se non addirittura ordinati o, in seguito, nascosti e condonati”. Il portavoce di Amnesty si riferisce allo Zar, ma anche al ministero della Difesa. Ora che Mosca ha deciso di aprire le sue porte in cerca della verità, spetterà alle autorità addette trovare le colpe dei tanti crimini di guerra commessi durante questo conflitto, di fronte cui non sembra palesarsi una fine. Anzi, i combattimenti nel sud-est dell’Ucraina possono diventare ancora più violenti, con il rischio di portarsi dietro crimini simili a quelli elencati. Proprio per evitarli, il presidente Zelensky ha avviato l’evacuazione obbligatoria della regione di Donetsk. “In questa fase della guerra, il terrore è l’arma principale della Russia”, ha dichiarato nel suo consueto messaggio quotidiano, in cui ha implorato la sua gente di andarsene. “Più persone lasceranno la regione ora, meno persone verranno uccise dall’esercito russo. Per favore, evacuate”.