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Accorre lo Stato. E soccorre. Un miliardo per salvare la fu Ilva oggi Acciaierie d’Italia. “Serve liquidità”, ripetono in coro il management aziendale e i sindacati. Lo Stato recepisce l’appello e si prende il controllo dell’unico produttore di acciaio al mondo che nell’ultimo anno non ha portato a casa vagonate di soldi. Le cause del flop? Poche e semplici, ma significative: produzione a rilento, scarsa manutenzione, problemi con i fornitori, migliaia di lavoratori in casa integrazione guadagni. 

La produzione è al minimo, 4 milioni di tonnellate, a dispetto del target che la società continua a sbandierare: 5,7 milioni di tonnellate. Il dramma della fu Ilva è il dramma di una città, Taranto. Approvato giovedì, il decreto Aiuti sembra destinato a sanare la prima grave emergenza. Una delle norme, “sostegno della siderurgia” consente a Invitalia di “sottoscrivere aumenti di capitale ulteriori rispetto a quelli previsti”. 

Il miliardo invocato da tutti si aggiunge ai 400 milioni versati l’anno scorso da Invitalia all’ingresso nella società siderurgica. Quattrini importanti, pesanti, bruciati in meno di un amen, da sommare ai 150 milioni di fondi dei Riva sottratti alle bonifiche e “destinati a interventi di decarbonizzazione” negli impianti e i 500 milioni di prestito garantito da Sace. Soldi stanziati in un decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 22 luglio, e non ancora sbloccati. 

La società pubblica guidata da Bernardo Mattarella – oggi al cinquanta per cento di Acciaierie d’Italia, l’altra metà è di Arcelor-Mittal – è destinata in futuro asd assumere il controllo dell’ex Ilva. Anche a dispetto del fatto che l’acciaieria di Taranto sia ancora sotto sequestro giudiziario. Il dissequestro rappresentava una delle condizioni per la seconda tranche dei versamenti. Richiesta avanzata dai commissari governativi poi bocciata, a inizio giugno, dalla Corte d’Assise. 

La realtà purtroppo è questa: l’ex Ilva non guadagna, anzi perde, e non gode del credito dalla banche. La carenza di liquidità limita l’operato del management: riesce infatti problematico l’acquisto delle materie prime e della produzione da monte a valle. Le limitazioni si estendendolo, ovviamente, al pagamento dei fornitori. Normale e conseguente che via siano perdite dei posti di lavoro. 

Acciaierie d’Italia sta ampliando il fronte della cassa integrazione. Gran parte del costo del personale viene scaricata sugli ammortizzatori sociali. L’ispezione avviata mesi fa dal ministro Orlando ancora non ha prodotto valide conclusioni. L’equivoco attuale dell’azienda è il prodotto dell’azione del duo Renzi-Calenda. La partnership con il colosso franco-indiano Arcelor-Mittal ha dato risultati appena risibili. Il principale produttore di acciaio in Europa non ha manifestato mai concreto  interesse affinchè l’Ilva funzionasse come si deve. L’unico obiettivo perseguito è stato quello di sottrarla a pericolosi concorrenti. 

Serve a cosa il miliardo dello Stato? La speranza è che possa sanare quel grande equivoco. Se Invitalia poi verserà i suoi soldi come aumento di capitale acquisirà il pieno controllo del gruppo presieduto da Franco Bernabè. La persona scelta da Mario Draghi. Laddove alla guida del gruppo finora c’è Luca Morselli, scelto a suo tempo da Mittal. Messo lì per fare la guerra al governo Conte2. 

Il tempo appare però ormai scaduto, Praticamente è finito. Il piano ambientale, per chiarire come stanno le cose a casa dell’ex Ilva, continua ad accumulare ritardi, Doveva concludersi entro il 2015. E c’è da chiedersi che fine abbia fatto il piano di rilancio presentato nell’autunno 2021. Rischia di fare la stessa fine. Prossimo step, l’arrivo a breve dei bandi per la produzione del “pre-ridotto”, che consente di “colare l’acciaio senza bruciare carbone”. Un’idea di Invitalia, creatrice in febbraio della Dry Italia. La novità destinata ad entrare in cordata con la friulana Danieli.  

In definitiva, per farla breve, qualcosa si muove. Ma peste lo colga a chi pensa che per tappare le falle (o voragini vere e proprie) possa bastare il miliardo stanziato dallo Stato. Acciaierie d’Italia è tenuta a fare la sua parte. Altrimenti dovremo parlare purtroppo di addio all’ex Ilva.