Carlo Calenda (foto depositphotos)

Carlo Calenda racconta la nuova alleanza come “un’alternativa seria e pragmatica al bipopulismo di destra e di sinistra che ha devastato questo Paese”. Matteo Renzi la definisce “una casa nuova, bella, che riaccenda la passione per la politica e la speranza dell’Italia”. Di certo c’è che se fosse veramente una casa ne sarebbero volati di piatti in questi ultimi anni, l’uno e l’altro a darsele di santa ragione in un tourbillion dove volavano visioni politiche differenti, caratteri apparentemente inconciliabili e leadership ingombranti.

Nel giorno della chiusura dell’accordo da Italia viva hanno tenuto a specificare che no, non ci sarebbe stato nessun incontro a sugellare il patto. Un dirigente di Azione rideva sotto i baffi: “E devono impedirgli di vedersi fino al 26 settembre se non vogliono incasinare tutto”. Quanto valga alle urne non è dato saperlo, di certo c’è la suscettibilità di Calenda che non ha preso benissimo i primi sondaggi che lo quotano al 2%. Lo spazio elettorale è ampio, il richiamo al voto utile, che soprattutto nelle ultime settimane di campagna elettorale tenderà a favorire i partiti principali, rischia di restringerlo. Di certo un altro bell’ingombro per Enrico Letta, che ha provato con l’accordo saltato a ridurre lo spazio al centro che potrebbe drenare voti dalla sua coalizione trovandosi già i 5 stelle come scomodo competitor, e che si è dovuto ritirare in una strana e affollata ridotta con la sinistra, i verdi, Di Maio e Bonino. Andare divisi questa volta non significherà colpire uniti.

"Andrà costruito un fronte molto più ampio per le europee, quello che io chiamo fronte repubblicano”, diceva Calenda appena due anni fa, ma di acqua ne è passata sotto i ponti e l’offerta elettorale a sinistra del centrodestra è una babele di coalizioni, liste e nomi. Lorenzo Pregliasco, fondatore di Quorum, stima che il mancato accordo con il Nazareno possa compromettere una quindicina di seggi o giù di lì all’alleanza di centrosinistra. Sondaggi alla mano non sposterebbero granché nella prevista vittoria del centrodestra, ma sono quelli che potrebbero bastare a consolidare la maggioranza che gli alleati otterranno al Senato, dove i numeri sembravano più incerti. L’alleanza al centro (“A me la parola centro fa schifo”, diceva il leader di Azione a febbraio) ha indubbiamente una sua logica: provare a costruire un’alternativa strutturata al tendenziale bipolarismo del paese, considerando in via d’esaurimento la vitalità dei 5 stelle, e porre le basi per un futuro più strutturato. Luigi Marattin, esponente di Iv, vede così il sol dell’avvenire: “È iniziato il cammino - che dal 25 settembre trarrà linfa vitale - per la costruzione del partito che in Italia manca e di cui non si può più fare a meno: il Partito Liberal-Democratico”.

Esserci arrivati per sottrazione, con l’uno - Renzi - che fino a pochi giorni fa rivendicava una corsa solitaria e l’altro - Calenda - che aveva lavorato per costruire il proprio futuro altrove, non è esattamente un buon viatico. “Quanto reggeremo insieme considerato il debordante protagonismo dei due?”, si chiedono i peones di entrambi i partiti, “e quanto Calenda pagherà lo scotto della giravolta dopo l’accordo con il Pd?”, aggiungono in Italia viva. E i precedenti non lasciano dormire sonni tranquillissimi, come quando Renzi in vista delle elezioni a Roma diceva che “Calenda è il migliore tra i candidati in campo”, salvo ripensarci appena quindici giorni dopo: “Chi vota Gualtieri vota Roma”. O come allorché Calenda fu categorico: “Non farò politica con Renzi perché questo modo di fare politica mi fa orrore”. E lo disse appena dieci mesi fa, non dieci anni, ma todo cambia e chissà cosa pensa oggi Nanni Moretti di questi dirigenti della sinistra. Anzi, liberal-democratici, pardon.

Un inizio di campagna elettorale totalmente asimmetrico, con Giorgia Meloni attenta a misurare le uscite e a rischiare meno inciampi possibili in una campagna elettorale che già vede come un tappeto rosso srotolato in direzione Palazzo Chigi e dì la un arrovellarsi su cosa farlo, come farlo, che poi in fondo è anche in gran parte di come e quanti seggi prendo io o prendi tu. La differenza tra pochi o tanti, nel caso del Terzo Polo, al momento è contenuta in una forchetta che non dovrebbe disturbare più di tanto la cavalcata del centrodestra, ma potrebbe avere un suo peso nella futura costruzione di quel che centrodestra non è. Un pienone di voti garantirebbe un capitale politico dal quale costruire in quelli che potrebbero essere anni di cavalcate nel deserto, un flop potrebbe coincidere con l’archiviazione di due leadership che nelle ultime settimane e negli ultimi mesi hanno occupato, anche con una certa furbizia, le prime pagine dell’agenda pubblica del nostro paese.

PIETRO SALVATORI