Matteo Renzi (foto depositphotos)

di Fabio Luppino

Ma quando un politico narciso perde un referendum costituzionale con il quale voleva passare alla storia scommettendo su se stesso e lo perde per l'avversione della sua stessa parte, e perdendolo deve lasciare, non la politica, come qualcuno gli aveva forse consigliato, ma la presidenza del Consiglio e ritrovarsi un partito nel caos che secondo lui non lo ha capito, da cui deve uscire fintamente di scena, esserne la guida ombra, portarlo, inaspettatamente per lui, ad una rovinosa e storica sconfitta, dopo aver scelto uno per uno i candidati, cosa, dopo tutto questo, può restare nel suo animo, nella sua scorta emotiva? Il rancore. Da quasi un decennio nel Partito Democratico l'unica fiamma vera, l'unico vagito di vita, capace di accendere gli animi di tutti, più della politica (magari fosse) è il rancore. Matteo Renzi lo ha subito e lo ha praticato. Adesso lo rimprovera ad Enrico Letta il quale, secondo la descrizione immota dell'ex segretario del Pd, ogni volta che si tratta di renziani, post renziani, renziani di ritorno, renziani conclamati sta sempre al giorno in cui ha dovuto passare la campanella di palazzo Chigi a lui, Matteo Renzi, 2014, reo di averlo fatto cadere obtorto collo. E quindi anche oggi: "A me pare che - dalla - scelta di come costruire la coalizione ai nomi delle liste - la guida di Enrico Letta si sia caratterizzata più dal rancore personale che dalla volontà di vincere", ha osservato Matteo Renzi. Qualche hanno fa, marzo 2019 (vigila di primarie Pd in cui Letta appoggiava Zingaretti che poi vinse), commentando un post ironico di Enrico Letta sul suo libro, Renzi non si fece pregare: "Ho molto rispetto per chi vive un momento di rancore del passato, il suo problema è sempre quello dello stai sereno. Certo che di fronte a quello che sta accadendo in Italia – ha aggiunto Renzi -, con l'atteggiamento di Salvini che istiga all'odio e alla paura e a Di Maio che esalta l'incompetenza, l'idea che ci sia ancora qualcuno che perde tempo a polemizzare con me è indice di un comportamento profondamente sbagliato". Siamo sempre lì. Però una domanda andrebbe fatta all'ex premier, quello dei mille giorni, della foto con Obama, di questo e di quello: visto che egli stesso (ma non solo lui) riduce la politica ad una corsa agonistica, a chi arriva prima, a chi perde e chi vince, al bacio della miss, sarebbe il caso ormai, dopo aver perso quel referendum, aver perso la guida del partito, essersene fatto un altro per tornare guida, aver fatto un'alleanza per avere la certezza di farcela, di riconoscere di aver perso quella partita e starci, serenamente, come direbbe lui stesso al suo rivale politico. E che adesso le liste le fa Letta, così vuole la democrazia del partito di cui fa parte, fintamente ecumenico e con un quadro notevolmente peggiorato, meno posti per tutti, e che qualche renziano (sempre che ce ne siamo di dichiarati), purtoppo, ci rimetta le penne (politiche). E, che finalmente, Renzi, ora tra gli sconfitti, accettasse il corso degli eventi e iniziasse a parlare d'altro.

"Ormai c'è troppo rancore, troppo", ammise Pier Luigi Bersani durante l'assemblea dem del febbraio 2017, quella in cui Renzi, dopo la botta referendaria del dicembre 2016, fece il passo indietro e lasciò la guida del Pd a Matteo Orfini, ad interim. Un punto di arrivo di una stagione vissuta pericolosamente e amaramente dallo stesso Bersani che mai mandò giù la non vittoria del 2013 e la presa totale del potere da parte di Matteo Renzi con solo la vittoria alle primarie, schiacciante, ma senza altro. Nella dinamica dem fu vissuta come una forzatura l'ambizione diventata realtà del segretario che aspirava e riuscì nell'intento di sedersi a palazzo Chigi (dopo aver invitato l'adesso rancoroso Letta a stare sereno un attimo prima di prendere il suo posto a capo del governo) al posto di un suo compagno di partito. Quando tutto va bene, l'esito straordinario delle Europee ancora con la epica cavalcata del renzismo in corso, tutti si accodano e si accucciano. Ma quando poi il vento cambia, quel che resta è il rancore. Di chi vince, sulle macerie, e di chi perde e si sente tradito. Bersani e i suoi avviliti e anche un po' rancorosi si fecero un altro partito per non mischiarsi più con i renziani. Ma, come succede regolarmente a sinistra, la somma che viene dopo è sempre minore del totale. E' frazionismo senza un domani, senza un perché. Se perdi e sai perché, con nomi e cognomi, ma comunque perdi, ti tieni il rancore per te e te ne vai, come fece Walter Veltroni, un altro a cui il partito non ha mai perdonato certe scelte prese in solitudine o comunque considerate forzature. Franceschini, il suo vice, c'è ancora, Veltroni fa, e benissimo, un altro mestiere.

Ma non sono tutti come lui. Anzi, la tendenza Renzi è quella prevalente. Anche Enrico Letta, una volta uscito di scena in quel modo, con il partito renziano contro, se ne andò. Magari ha fatto altro, e lo ha fatto, più che coltivare rancore. Un lavoro ce l'aveva ed è stato richiamato dopo che il suo partito aveva fatto prima un'alleanza con i Cinque stelle e poi aveva svoltato sul governo Draghi. Di cui, uno dei principali mallevadori fu proprio Matteo Renzi, senza rancore, naturalmente. Ma siccome questo grande merito non gli fu riconosciuto, ancora alla Leopolda di meno di un anno fa si blindò nel suo fortino fiorentino, Matteo Renzi, in nome del rancore. Come scrisse Alessandro De Angelis, il 21 novembre 2021, su Huffpost, raccontando l'evento. "Ci sono due parole che spiegano questo discorso di Renzi alle Leopolda, piuttosto fragile e non all'altezza delle aspettative che, forse per accendere i riflettori sull'evento, i suoi hanno suscitato. La prima parola è "Italia". La seconda parola è "rancore", sentimento che, anch'esso, definisce il primato del passato, come una prigione solitaria, tu con pochi intimi lì dentro e tutto il mondo fuori. È come se l'orologio politico e biologico del renzismo fosse sempre fermo a una stagione precedente in cui i "prodigi" di Renzi sono stati incompresi e avversati e all'irrisolto di una sconfitta non elaborata, rimossa nel più classico "colpa degli altri", per evitare ferite narcisistiche a un'indole di chi si deve sentire capo, a prescindere, e preferisce perdere comandando che vincere in una squadra. Il paese, e pure la politica, nel frattempo ha voltato pagina, rispetto alla rappresentazione, tanto caricaturale quanto di comodo, dei grillini che sono quelli dei "no vax" e dei gilet gialli, di un Pd subalterno come ai tempi del governo Conte, e dell'avvocato del popolo a cui vengono riservati una quantità di strali sproporzionata rispetto al suo peso reale. Se un marziano scendesse da Marte alla Leopolda penserebbe che Conte, nominato più di Draghi, è un leader con cui l'intera politica deve fare i conti, mica uno che non riesce e mettere il capogruppo al Senato".

Insomma, con il rancore, come si vede, non si va da nessuna parte. E' solo noia per chi legge e non spiega nulla della politica. Se c'è.