di Gabriele Minotti

 

Si era vociferato circa l’indisponibilità del Capo dello StatoSergio Mattarella, a dare l’incarico di formare il nuovo Governo a Giorgia Meloni. Le nuove indiscrezioni provenienti dal Colle sembrerebbero smentire questa ricostruzione. Il Presidente della Repubblica non avrebbe alcun problema a conferire il mandato da premier alla vincitrice di questa tornata elettorale. Se si tratti solo di correttezza istituzionale e di imparzialità o se Mattarella abbia cambiato idea in seguito alla “trasformazione” della leader di Fratelli d’Italia – che negli ultimi mesi, salvo qualche uscita occasionale, si è gradualmente spostata su posizioni sempre più sobrie, moderate e in qualche modo lontane dal fervore antisistema e sovranista del passato – non è dato saperlo. Quel che è certo è che il Capo dello Stato prende molto seriamente il suo ruolo di garante della Costituzione e ha intenzione di esercitarlo fino in fondo.

Ovviamente, al Colle non è sfuggita la maturazione politica della leader di Fratelli d’Italia, sempre più simile a Liz Truss che non a Marine Le Pen. Ciononostante, stando ad alcune indiscrezioni, Mattarella avrebbe posto delle condizioni molto specifiche. Anzitutto, l’esistenza di una maggioranza solida capace di guidare il Paese, se non proprio fino a fine legislatura, almeno a ridosso della scadenza naturale del mandato. Anche se questo passaggio potrebbe sembrare scontato, l’iter è ancora lungo da qui alla proclamazione degli eletti e alla formazione dell’Esecutivo e potrebbero sempre esserci degli imprevisti.

In secondo luogo, al Quirinale avrebbero posto dei precisi paletti al programma del nascente Governo. Tali limiti riguarderebbero non tanto la visione politica della premier o i singoli provvedimenti che saranno adottati, bensì l’impianto generale e i grandi temi. Il primo punto “non negoziabile” sarebbe la collocazione internazionale dell’Italia nel novero dell’Alleanza Atlantica e la continuità con il Governo Draghi sulla questione del sostegno militare a Kiev. Su questo punto non dovrebbero esserci problemi, considerando che la stessa Meloni non ha mancato di fare sfoggio di atlantismo durante la campagna elettorale e di ribadire con una certa frequenza che, in caso di sua vittoria, nulla sarebbe cambiato rispetto al Governo Draghi, i cui provvedimenti in favore dell’Ucrainasono stati anche votati dai parlamentari di Fratelli d’Italia.

Più problematica la seconda questione, relativa ai rapporti con l’Europa: l’amicizia della Meloni con i leader sovranisti non piace affatto al Colle, come pure l’ipotesi di riscrittura del Piano nazionale di ripresa e resilienza e la tendenza della potenziale nuova premier ad andare allo scontro con Bruxelles. Su questo punto – si dice – saranno molte le “limature” da fare.

Terza questione: i ministri. Il Colle esige non solo competenza e preparazione da parte dei nuovi membri del Governo, ma anche una certa sobrietà istituzionale. In particolare, i ministeri più “attenzionati” sarebbero l’Economia, la Difesa, gli Esteri, gli Interni e la Transizione energetica, assolutamente cruciali nel delicato momento che stiamo attraversando. Anche su questo, la Meloni sembrerebbe essere abbastanza collaborativa: se le indiscrezioni trapelate sono vere, nella lista della leader di Fratelli d’Italia ci sarebbero banchieri, prefetti, magistrati. Sarà forse per questo che Matteo Salvini – come pare abbia deciso la vincitrice di queste elezioni – non avrà alcun ministero chiave? Del leader leghista non si fidano il Quirinale, Bruxelles e Washington, ma nemmeno la Meloni stessa, se per questo. In ogni caso, il precedente di Paolo Savona – che Mattarella rifiutò di nominare in quanto euroscettico – è sufficiente per far capire alla leader di Fratelli d’Italia che nel suo ipotetico Governo non ci sarà posto per gli “scappati di casa”, per gli avventurieri della politica e per gente raccattata qua e là a casaccio. Mattarella non lo permetterebbe.

Quarta questione posta dal Colle: i valori, i diritti, le libertà costituzionali e tutto ciò che ne deriva non sono in discussione. Ciò significa che le pulsioni reazionarie – di dovunque provengano – sui temi etico-sociali dovranno essere tenute bene a freno, come pure il “sovranismo giuridico” (anteporre il diritto nazionale a quello europeo) che è equiparato al diritto costituzionale. Nemmeno su questo ci dovrebbero essere particolari problemi. Del resto, la Meloni stessa ha detto di non essere intenzionata a “fare retromarcia” sui diritti e i suoi toni nei confronti dell’Europa sono molto più concilianti rispetto al passato.

Ultima questione, quella di Mario Draghi. Si è detto che la Meloni sia diventata una “allieva” del premier uscente. Probabilmente è un’esagerazione e il rapporto tra i due non va al di là del reciproco rispetto e della consapevolezza, da parte della Meloni, della statura di Draghi. Per quest’ultimo sembra sempre più probabile un futuro di primo piano a livello internazionale: si dice come Segretario generale della Nato, già l’anno prossimo, oppure come presidente della Commissione Europea, quando il mandato di Ursula von der Leyensarà giunto al termine, nel 2024.

La parola d’ordine, insomma, è “continuità”. Il Colle e la Comunità internazionale richiedono delle specifiche garanzie che la Meloni, dal canto suo, non sembra poi così tanto indisponibile a offrire. La leader di Fratelli d’Italia scopre così due cose: la prima, di essere meno idealista e attaccata ai principi di quanto non avesse mai sospettato; la seconda è che non è con le intemperanze o col ribellismo antisistema che si può sperare di governare. È il tributo che tutti devono pagare al potere: e la Meloni non fa eccezione.