Gente d'Italia

George Clooney & Julia Roberts, e Hollywood ha il suo cinepanettone

di Teresa Marcchesi

 

Con due superstar smaglianti come George Clooney e Julia Roberts a fare coppia in una rom-com vi aspettereste mai di scomodare aggettivi come ‘fiacco’ e ‘banale’? Duole ammetterlo per “Ticket to Paradise”, spottone da ente turismo balinese che per somma ironia non nell’orpellata Bali del film è stato girato, ma nel Queensland australiano, un po’ per colpa del Covid, un po’ per via di una politica creditizia più favorevole. Tra folklore da cartolina e hotel a cinque stelle per wasp upper class, nella commediola di Ol Parker tira aria da cinepanettoni esotici dei tempi d’oro, quando per Massimo Boldi e Christian De Sica Aurelio De Laurentiis investiva quattrini veri per far sognare gli italiani che quei viaggi mai se li sarebbero potuti permettere. Il film arriva in sala il 6 ottobre.

Clooney e Roberts, vecchi amiconi in privato, li abbiamo visti insieme per l’ultima volta in “Money Monster”, nel 2016, dopo i loro felici connubi nei due “Ocean’s” di Steven Soderbergh. Da allora, nel cinema hanno fatto poco: Julia era la madre del dramma “Ben is Back”, del 2018, George è stato protagonista di “The Midnight Sky” nel 2020. Per i millennials, forse oggi sembrano idoli sopravvissuti. Fortuna che demograficamente non sono i soli a frequentare le sale di cinema.

In “Ticket to Paradise” Roberts e Clooney sono Georgia e David, sposati venticinque anni prima e divorziati dopo cinque, insopportabili l’uno per l’altro al punto di non poter condividere lo stesso fuso orario, collegati soltanto dall’amore per la loro figlia Lily (Kaitlyn Dever). Litigiosi fino allo spasimo quando la laurea in Legge della figlia li riunisce, saranno obbligati a combattere insieme quando sei settimane dopo Lily si accinge a sposare un coltivatore di alghe di Bali (Maxime Bouttier): colpo di fulmine. Viaggi aerei in top class e corredini inesauribili di camicie di lino perfettamente stirate (per Lui) e di tutine di popeline multicolori (per Lei, forse a dissimulare un punto-vita discretamente ispessito dai tempi di “Pretty Woman”, anche se le gambe sono ancora fantastiche): è un post-colonialismo da turisti Usa di lusso, i privilegiati che non hanno vissuto l’impoverimento della middle class. Il genero coltivatore di alghe ovviamente va scongiurato, per una figlia con un potenziale futuro da brillante avvocato: partono dunque le goffe manovre congiunte dei genitori per evitare a Lily un errore fatale.

È materia da screwball comedy hollywoodiana anni ’40, genere Howard Hawks e Preston Sturges, ma la scrittura di Parker, che ha diretto il secondo “Mamma Mia!” ed è coadiuvato nella sceneggiatura da Daniel Pipski, è di una banalità zuccherosa senza scampo. Lo spreco di talenti rodati come quelli di Julia e George, mortificati in una guerriglia di frecciatine insipide come la wilderness posticcia del Paradiso, è francamente paradossale.

L’esito finale è già scritto nel poster del film, e la presenza di un aitante pilota spasimante di Julia a complicare gli eventi è perfino superflua: come nelle più trite convenzioni del genere, l’amore trionferà a 360 gradi. È un film visto circa un milione di volte, e se non fosse per lo status (e il cachet) dei protagonisti finirebbe dritto sulle piattaforme, senza passare per il grande schermo. La nostalgia per il sorriso di Roberts e per le sempre godibili smorfiette di Clooney – che qui sembra però fare la parodia di se stesso - basteranno a miracolare gli incassi?

Exit mobile version