Gente d'Italia

Prima il Nord: di opposizioni, ora, Matteo Salvini ne ha due

 

 

di Luca Bianco

 

Questa non ci voleva. Proprio ora che Matteo Salvini è impegnato nella delicata partita dei ministeri a Roma, dentro e nei dintorni del Carroccio sta succedendo di tutto. Sabato il ruggito del Senatùr: “Prima il Nord”, con la nascita del Comitato. Oggi, il consolidamento di due linee di opposizione alla leadership federale. Da un lato i bossiani, rinvigoriti dal ritorno in campo del fondatore. Tra loro spiccano nomi storici: Reguzzoni, Speroni, Boron. Dall’altro, i nostalgici della Lega Nord che non hanno mai accettato la trasformazione del Carroccio in un partito con ambizioni nazionali, capitanati da Gianni Fava – unico vero sfidante ufficiale di Salvini all’ultimo congresso nel 2017. Tra questi ultimi spunta Roberto Castelli con la sua associazione “Autonomia e Libertà”. L’obiettivo è farla finita con la “Lega per Salvini premier” e tornare alla vecchia sigla Lega Nord, ancora formalmente esistente – ma politicamente svuotata nei fatti dalla prima – come unico strumento di rivendicazione delle battaglie delle genti del Nord. In tutto questo c’è uno ‘spettatore interessato’ che, dal suo Veneto, per ora non si espone ma segue molto da vicino la partita di Bossi: Luca Zaia.

Passi che ieri Umberto Bossi abbia rilanciato la battaglia del Nord con tanto di nascita, annunciata, dell’omonimo Comitato. Ma oggi il Capitano sperava di svegliarsi pensando ad altro: la questione ministeri, ad esempio. Non c’è solo da capire quale dicastero si prenderà lui personalmente. Ma anche quali e quanti leghisti, nella squadra guidata da Giorgia Meloni, andranno piazzati. E in quale posizione. Oggi – convocato un nuovo Consiglio federale in via Bellerio – dovrebbero arrivare le prime risposte. Fonti leghiste confermano: “Domani daremo mandato al Segretario per decidere chi andrà in Consiglio dei ministri”. Chissà che però, durante la stessa riunione, non si parli invece anche di tutto quello che sta succedendo oggi. Sì perché a nord del Po arrivano le prime prese di posizione alla mossa annunciata ieri dal Senatùr.

Francesco Speroni, storico fondatore del partito, ministro delle Riforme una vita fa nel governo Berlusconi II, si dice prontissimo a ridiscendere in campo al fianco dell’amico Umberto. “È un po’ di tempo che non lo sento. È ora di incontrarlo. Ma guai a parlare di scissione”. Ma precisa: “Salvini ha appena rilanciato l’autonomia, non vedo contraddizioni con questo Comitato del Nord”. Il Capitano intanto resta in silenzio, insolitamente cauto. Lo sa benissimo che qui è in gioco anche la sua leadership, oltre all’identità di quella che sarà la Lega nella nuova legislatura. L’unica cosa che segnala ai suoi follower, su Twitter, è che oggi è la giornata nazionale dei nonni. Non una parola sul fronte delle autonomie.

“Inutile parlare di autonomia, piccole imprese, lavoro e territorio se poi ti concentri sul ponte di Messina”. A parlare è l’eurodeputato Giannantonio Da Re, già sindaco di Vittorio Veneto, veterano di mille battaglie della Liga Veneta – prima tessera nel 1982 – che oggi dice la sua, in scia al Senatùr: “La proposta di Umberto Bossi significa mettere i piedi per terra rispetto a chi da un bel pezzo li ha per aria”. Difficile che Da Re non si riferisca all’attuale segretario federale. “Per la Lega è tempo di tornare alle origini”. Fabrizio Boron, consigliere regionale veneto, lo stesso che pochi giorni fa ha ‘candidato’ il segretario alla carica di ministro degli Affari regionali – “Le autonomie siano primo punto all’ordine del giorno del primo Consiglio dei ministri” – lamenta: “La proposta di Bossi è uno sfogo figlio del malessere che è dato dalla lontananza del partito dal territorio. Dopo quattro anni al governo non si è riusciti a fare l’Autonomia che è tema fondante della Lega. In compenso – attacca – abbiamo votato per quella specie di Cassa per il mezzogiorno che è il Reddito di cittadinanza”.

Al centro del malessere c’è proprio la linea politica del Capitano, troppo concentrata sul Prima gli Italiani invece che Prima il Nord. Nessuno però si azzarda a mettere in discussione, ufficialmente, l’attuale leadership. A parte il ribelle Bobo Maroni – “È di una nuova leadership che abbiamo bisogno e io so anche il nome di chi potrebbe” –, che però è da tempo fuori dai giochi interni. Quella di Bossi, fino a prova contraria, è un’iniziativa che vuole ‘sensibilizzare’ l’attuale segreteria verso gli interessi del Nord. Certo, è la prima volta che nel Carroccio si crea una ‘corrente’, mai qualcuno si era azzardato a crearne una. Né con Bossi, né con Maroni, né in nove anni di segreteria Salvini. Ma siamo ancora ben lontani dal colpo di stato. Dal territorio, d’altronde, smentiscono ambizioni del genere: “Comitato Nord è un gruppo di pensiero – precisa Da Re – per trattare dei nostri temi e non per andare contro qualcuno”. E aggiunge, con quel tipico tono da Pontida: “Se poi c’è chi si incazza lo faccia pure, sono affari suoi”. La paura, soprattutto nel Veneto di Luca Zaia, che ancora preferisce non esporsi ufficialmente, è che Fratelli d’Italia, partito romano-centrico, possa escludere l’agognato federalismo dalle grandi riforme che il prossimo governo proverà a portare a casa: “Il Comitato di Bossi è la naturale reazione alla mancanza di attenzione sul Nord che ha fatto crescere Meloni anche alle nostre latitudini”. A parlare è uno zaiano di ferro, l’Assessore regionale allo Sviluppo economico Roberto Marcato.

Comunque, è ancora presto per capire esattamente cosa voglia fare Bossi con la sua iniziativa. L’unica cosa certa è che il Senatùr è tornato in campo: “Ho visto Bossi di nuovo con l’occhio della tigre” dice entusiasta Marco Reguzzoni, esponente di spicco della Lega Lombarda, da sempre vicino al ‘capo’, lontano dalla politica ormai dal lontano 2012, quando terminò il suo mandato da capogruppo del Carroccio alla Camera senza ricandidarsi alle elezioni dell’anno dopo. “C’è necessità di riprendere i concetti che stavano alla base del movimento prima del 1994: il 60% dei voti a Scampia per i Cinque Stelle vuol dire che c’è parte del Paese che vuole continuare a essere mantenuta e una parte dell’Italia che non ci sta e non può reggere una roba del genere”. Sembra di essere tornati ai tempi di Roma Ladrona, altroché Prima gli Italiani. Da via Bellerio, dicevamo, bocche cucite. L’unico salviniano a parlare è Igor Iezzi, che della vecchia Lega Nord (dal 2017 partito-fantasma all’ombra della Lega per Salvini premier) è commissario: “Il Comitato per il Nord lanciato da Bossi? Non so cosa sia. Se è una roba costruttiva è un bene. Se racchiude i soliti Pini, Fava e via dicendo non credo sia di grande utilità. Spero che Bossi non si faccia strumentalizzare e faccia qualcosa di utile”.

Già: “I soliti Pini, Fava e via dicendo”. Cioè tutti quei leghisti che di mettere Prima gli Italiani non ne hanno mai voluto sapere. Giovanni Fava, detto Gianni, è stato deputato della Lega Nord dal 2006 al 2018. Lo stesso anno in cui decise di ritirarsi dalla vita politica. Pochi mesi prima era uscito sconfitto dal congresso federale che aveva confermato Salvini segretario. La mozione ‘Fava’ era l’unica a porsi come alternativa alla ‘deriva nazionale’ che il partito aveva preso sotto la guida del Capitano. Il 17% alle politiche e il 34% alle europee avevano definitivamente messo a tacere le lamentele dei nostalgici della vecchia “Lega Nord per l’Indipendenza della Padania” rimasti nella formazione salviniana. Ora però sono proprio loro a rialzare la testa.

L’appuntamento è per il 15 ottobre, in un paesino brianzolo, Biassolo. Qui, nella sala comunale, si terrà l’evento “Prima il Nord – riparte la battaglia”, autoconvocato dallo stesso Fava, improvvisamente ridisceso in campo anche lui, al fianco di Gianluca Pini, storico segretario della Lega Nord in Romagna – anche lui uscito con la riconferma di Salvini nel 2017 – ed Emanuela Munerato, ex senatrice del Carroccio, oggi esponente del Partito dei Veneti, formazione secessionista che con Roma poco vuole avere a che fare. “Il prossimo 20 ottobre – annuncia Fava – è convocato il Consiglio federale della Lega Nord che dovrà fissare la data del prossimo congresso. Salvini stavolta non potrà correre perché fa il segretario del suo partito personale. Ovviamente potrà schierare chi crede di quelli a lui vicini, ma di certo si riapre la partita per rilanciare la Lega Nord, che è cosa diversa dalla Lega per Salvini premier”.

Due sono le circostanze che, secondo Fava, spiegano la necessità di un meeting ‘nordista’ alle porte di Monza: “La fine del salvinismo, miseramente naufragato, e la nascita di una pseudo-Lega al sud incarnata perfettamente dal Movimento Cinque Stelle”. Oggi più che mai, prosegue l’ex deputato, “serve un contenitore politico che possa dar voce al sindacato del Nord. Qualcuno pensava davvero che ibernando la Lega Nord sarebbe sparita l’identità politica di ciò che ha rappresentato in questi quarant’anni?”. All’evento brianzolo, per ora, è confermata la presenza anche di una delegazione di Autonomia e Libertà, l’associazione fondata dall’ex ministro e fedelissimo bossiano Roberto Castelli, che in queste ore si mostra particolarmente enigmatico: “L’iniziativa di Bossi mi sembra una cosa interna al partito di Salvini. Tanti anni di politica – ed ecco l’enigma – mi hanno insegnato che siamo tutti dentro la caverna di Platone e vediamo solo le ombre. Chi passa dietro le ombre, lo scopriremo”.

Comunque, lo stesso Castelli, cauto, precisa: “Andremo a Biassono perché fortunatamente siamo ancora in democrazia. Per ora siamo ancora all’inizio, in questo momento ci sono più sigle autonomiste e federaliste che elettori”. Insomma, per Salvini il guanto di sfida è lanciato sia da dentro – il Comitato – che da fuori, cioè i ‘secessionisti nostalgici’ della Lega per Salvini premier che rialzano la testa in queste ore. C’è chi, infine, cerca di gettare acqua sul fuoco, come l’ex ministro Giancarlo Pagliarini, che ad Huffpost dice: “Quella di Bossi è un’ottima iniziativa. Se Salvini parlasse di più di federalismo andrebbe molto più forte. Non c’è bisogno di tornare al sindacato del Nord, il federalismo fa bene anche al Sud. Anzi, la battaglia per il federalismo potrebbe riconsegnare a Salvini un’importante impronta identitaria da giocarsi per ricostruire il consenso perso in favore di Giorgia Meloni”. Il vecchio ‘Paglia’ ha ragione, o almeno se la si guarda dall’ottica del Capitano: se sull’autonomia Salvini non cambia marcia, il rischio è che tra bossiani e sigle nordiste varie la Lega (quella di Salvini) possa perdere ancora più voti di quanti già ne ha salutati.

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