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di Marco Fortis

Sono almeno 6-7 anni che economisti e previsori, italiani e stranieri, capiscono ben poco o quasi nulla dell'economia italiana. Non hanno compreso e non comprendono i cambiamenti strutturali già avvenuti e quelli in corso, continuano a sbagliare regolarmente diagnosi e previsioni e a credere che il nostro Paese sia condannato in eterno ad essere il "fanalino di coda" della crescita mondiale. Partono, quasi tutti gli analisti, da un assunto incontrovertibile come un dogma e cioè che negli ultimi venti anni l'Italia è stata tra le economie cresciute di meno – fatto indubbiamente vero - senza accorgersi però che da oltre un lustro la situazione è radicalmente cambiata ed è inutile attardarsi per sempre a fare confronti con un passato ormai lontano. È un po' come se ci ostinassimo a rimpiangere le quote di mercato dell'Impero romano, paragonandole a quelle che l'Italia ha nel presente.

C'è oggi invece da rallegrarsi perché il nostro Paese è molto cambiato negli ultimi anni, pur persistendo alcuni suoi profondi divari (privato-pubblico e Nord-Sud su tutti). Sono bastate la resurrezione della nostra manifattura dopo tre dure crisi consecutive (2001, 2008-09, 2011-14) e una manciata di riforme azzeccate per far girare il vento a nostro favore, vento che con il governo Draghi è poi diventato una brezza tesa e costante. Tuttavia, economisti e media non hanno capito prima le riforme del Governo Renzi e poi nemmeno apprezzato appieno l'importanza della salda guida del Governo Draghi che ci ha portato fuori dalla pandemia fino a far diventare oggi l'Italia il Paese leader della crescita: altro che "fanalino di coda"!

Negli anni scorsi non fu compreso che gli 80 euro avevano portato i consumi delle famiglie italiane a una crescita record dopo l'austerità, che il Jobs Act aveva favorito la creazione di oltre 1 milione di posti di lavoro e che il Piano Industria 4.0 ha stimolato un boom degli investimenti tecnologici senza precedenti, che ha reso le nostre imprese tra le più competitive a livello mondiale portando la produttività del lavoro della manifattura italiana ai vertici del G7 per crescita.

Su questa base di importanti miglioramenti si è poi innestata l'azione del governo Draghi, dopo le incertezze dei Governi Conte 1 e 2, nel guidare il Paese tra le turbolenze della pandemia, della guerra russo-ucraina, dei rincari del gas e dell'inflazione, senza dimenticare la positiva impostazione del PNRR e l'ottenimento della sua approvazione in Europa.

Eppure, economisti e previsori, italiani e stranieri, nonostante la presenza di Draghi, che avrebbe dovuto essere in qualche modo rassicurante, hanno regolarmente sbagliato anche tutte le previsioni sull'economia italiana degli ultimi due anni. Hanno sbagliato quelle del PIL 2021, che ha fatto registrare una crescita record del 6,7%. E hanno completamente sbagliato anche quelle del 2022.

I sistematici e ostinati errori degli analisti sull'Italia rappresentano una autentica débâcle. Una vera e propria "Clades Gufiana" di cui si trovano ben pochi riscontri recenti: infatti, legioni di previsori italiane ed estere sono state annichilite come le tre legioni di Varo travolte dai Germani nel bosco di Teutoburgo. Una figuraccia storica. Ma la maggior parte dei gufi, va sottolineato, non si è neanche pentita. Nessun "mea culpa".

Per quanto riguarda il 2022, le previsioni trimestrali relative all'Italia sono state tutte regolarmente smentite: si sono rivelate clamorosamente sbagliate quelle del primo trimestre, poi quelle del secondo e ora anche quelle del terzo. Si pensava a un crollo della nostra economia mentre sono stati gli altri Paesi ad andare in difficoltà. Sicché, il terzo trimestre 2022 dell'Italia ha nuovamente sorpreso tutti, dopo la forte crescita congiunturale del nostro PIL già avvenuta nel secondo trimestre (+1,1%). Infatti, nel periodo luglio-settembre 2022 il PIL italiano è aumentato ancora dello 0,5%. Si tratta del più forte incremento tra i Paesi dell'Eurozona. La Germania si è fermata a +0,3%, la Francia e la Spagna entrambe a +0,2%. Ma l'Italia ha fatto meglio anche di Canada (+0,4%) e Corea del Sud (+0,3%). Solo gli Stati Uniti (+0,6%) hanno fatto registrare una progressione congiunturale del PIL superiore a quella dell'Italia (ma gli USA venivano da una recessione tecnica di due trimestri e non da una fase eccezionalmente positiva come la nostra).

Durante il Governo Draghi, dal primo trimestre 2021 al terzo trimestre 2022, il PIL italiano è aumentato cumulativamente dell'8,4% rispetto al quarto trimestre 2020. Più dei PIL di tutti gli altri Paesi del G7. Per un raffronto: USA (+5,8%), Francia (+5,5%), Germania (+2,4%). Siamo notevolmente sopra i livelli pre-pandemia più di Francia, Germania e Spagna. E il debito/PIL dell'Italia in un paio d'anni si è ridotto grosso modo di una decina di punti: un altro record.

Siamo ora tutti consapevoli che nell'attuale scenario internazionale sfavorevole il prossimo inverno sarà difficile. Ma l'Italia post-Draghi è più forte di quella uscita dalle tre precedenti crisi. C'è da augurarsi che il Governo Meloni sappia ora gestire il confermato slancio della nostra economia, intervenendo, si spera senza scostamenti di bilancio, sul caro bollette ma soprattutto sbloccando gli investimenti in infrastrutture per il gas e nelle energie rinnovabili nonché spendendo in modo efficiente ed "onesto", come si è augurato Draghi, le risorse del PNRR. Proseguendo, in definitiva, sul cammino delle riforme e della riduzione dei divari.