Gente d'Italia

Collette forzate e soldati che si comprano le munizioni, è questa la malandata e confusionaria guerra di Putin

Vladimir Putin (foto depositphotos)

di Massimiliano Di Pace

Atomica sì, atomica no; blocco del trasporto del grano ucraino: assolutamente si, anzi no (e per rendersi simpatici... grano gratis a tutti i popoli poveri del mondo); durata della mobilitazione: è finita il 28 ottobre, come sancito dal Ministero della Difesa russo... ma veramente è già pronta la convocazione degli arruolati nel 2023; partecipazione di Putin al G20 a Bali in Indonesia il 15 novembre: no, si, forse; i soldati russi in Ucraina sono perfettamente equipaggiati... comunque se comprate uniforme e equipaggiamento è meglio... Insomma sotto il cielo di Mosca e degli altri territori della Federazione russa, sparsi in altri 10 fusi orari, la confusione regna sovrana.

Inutile negare che il ricorso alle armi nucleari è l'indecisione che maggiormente preoccupa l'Occidente. Dopo la minaccia del 20 settembre scorso, quando Putin, annunciando i referendum farsa nelle 4 regioni ucraine invase dall'esercito di Mosca (realizzato con soldati armati russi che invitavano gentilmente la popolazione locale a votare nell'unico modo che consentiva di uscire vivi dal voto), ha affermato che la Russia avrebbe potuto usare l'arsenale nucleare per difendere i nuovi territori (semi)conquistati, e che quello non era un bluff, ha fatto seguito un andirivieni di affermazioni contraddittorie. Prima si è tornati indietro, zittendo i falchi ceceni, che consigliavano il ricorso alle bombe tattiche nucleari per chiudere il discorso in Ucraina, evidentemente perché a fine settembre gli Usa avevano fatto chiaramente capire ai dirigenti russi che anche loro non bluffavano quando promettevano una retaliation adeguata alla gravità dell'eventuale mossa russa. Successivamente, il Consiglio di sicurezza, un organo che fa parte della presidenza della Federazione russa, presieduto ovviamente da Putin, ha di nuovo ventilato più volte la possibilità di ricorso alla guerra nucleare, l'ultima delle quali il 1° novembre, per bocca del vicepresidente di questo organismo, Dmitry Medvedev, che testualmente ha affermato (fonte vm.ru) "I paesi occidentali e l'Ucraina stanno cercando di provocare una nuova guerra mondiale con l'uso di armi nucleari", facendo intendere che la Russia non si sarebbe tirata indietro. Ma il giorno dopo, il 2 novembre, il Ministero degli affari esteri russo si è però affrettato ad affermare (notizia di Izvestia) che "La Russia è strettamente guidata dal postulato dell'inammissibilità della guerra nucleare. L'uso di armi nucleari è consentito solo in caso di aggressione con armi di distruzione di massa e minaccia all'esistenza dello stato".

La notizia comparsa in tutti i siti russi il 4 novembre (tra cui quello della Tass), secondo cui la Cina si oppone all'uso di armi nucleari nel conflitto ucraino, come assicurato dal presidente cinese Xi Jinping al suo omologo tedesco, Olaf Scholz, in visita nel paese creato da Mao, dovrebbe però disinnescare la questione, in quanto sganciarsi dalla Cina (lanciando un missile con testata nucleare) sarebbe per la Russia un atto suicida, come per un naufrago in mare aperto affondare il canotto in cui si trova. 

Anche il blocco navale del Mar Nero è un ulteriore esempio della continua indecisione del leader russo. Offeso dall'attacco ucraino del 29 ottobre alle navi russe colpite nel porto di Sebastopoli, circostanza per i russi inammissibile, visto che la loro concezione della guerra è a senso unico (noi possiamo distruggere e uccidere a piacimento, voi ucraini invece non dovete attaccare, perché altrimenti diventate terroristi), Putin ha subito reagito, come un ragazzino che in una lotta dopo aver preso un pugno in faccia, lancia un sasso, dichiarando cessato l'accordo sul grano ucraino (basato su un corridoio sicuro nel Mar Nero per le navi che lo trasportano), faticosamente raggiunto grazie al presidente turco Erdogan e al segretario generale dell'Onu Guterres (e alla pressione dell'Unione Africana e degli alleati arabi della Russia). Sono bastate però 48 ore per cambiare idea, visto che a farne le spese di questo nuovo blocco erano i pochi paesi ancora in buoni rapporti con il Cremlino, ossia alcuni paesi africani e arabi, grandi importatori delle commodities agricole ucraine. Anzi, per impressionare i 4 gatti della scena internazionale che ancora danno retta a Vladimir, quest'ultimo ha addirittura promesso, il 2 novembre, di trasferire gratuitamente il proprio grano ai paesi più poveri, confermando poi tale impegno al presidente indonesiano Joko Widodo (fonte Tass).

A proposito di Indonesia, Putin, in una dichiarazione resa a Sochi il 31 ottobre scorso, ripresa anche dal sito informativo Ria Novosti, ha confermato che non ha ancora deciso se andrà al G20 di Bali. Eppure, appena 2 giorni prima, al forum di Valdai, intervistato sul punto, il presidente russo aveva confessato che non escludeva di andare in Indonesia, circostanza che nella lingua cirillica vuol dire, in pratica, che era più sì che no (interpretazione confermata da un articolo di Izvestia del 1 novembre).

Ma l'incertezza maggiore si è senz'altro registrata (come riferito in un altro articolo di Huffington Post) in quella che è stata l'unica vera tragedia derivante dalla guerra per i cittadini russi (solo maschi però, alla faccia della par condicio), ossia la mobilitazione (rendendo, a confronto, le sanzioni occidentali delle sciocchezze neppure percepibili). Questa incertezza ha riguardato non solo lo svolgimento della campagna di arruolamento, ma anche la sua conclusione.

Infatti, il 28 ottobre il Ministro della Difesa russo, Shoigu (notizia di Izvestia), aveva informato Putin che la mobilitazione parziale di 300.000 poveracci presi in retate (destinati al ruolo di bersaglio dell'esercito ucraino) era stata completata il 28 ottobre stesso, di cui 82mila già inviati al fronte (confermando così la notizia che l'addestramento dura appena 2 settimane, dato che la coscrizione era cominciata il 21 settembre), e 42.000 già in combattimento (come può cambiare la vita in pochi giorni...).

Ma dopo un paio di giorni che qualche decina di milioni di russi avevano tirato un sospiro di sollievo, avendola fatta franca, i media russi avvertivano subito che ci sarebbero state nel 2023 altre ondate di mobilitazione (fonte Svabodnaia Pressa e Novie Izvestia), dato che è ormai acquisita la consapevolezza che per andare in parità con il numero di soldati ucraini impiegati sul fronte ci vogliono almeno un altro milione di soldati russi. Per di più si faceva sapere che nella Duma russa si parlava già di modificare la legge che stabilisce attualmente in 1 anno la durata del servizio militare, per portarlo a 2 anni (articolo di Izvestia del 3 novembre).

Non solo, ma i media citati hanno anche ammesso una marea di problemi, a cominciare dal fatto che "al momento della mobilitazione, molti si sono rivelati padri di molti bambini", e che "le condizioni di alloggio erano spesso pessime". Ad aggiungere sale alle ferite è intervenuto un altro sito russo (topcor.ru), che ha pubblicato un articolo del 29 ottobre di Reportior, il quale ammetteva che "si è scoperto che 1,5 milioni di set di uniformi e munizioni per riservisti erano scomparsi dai magazzini", e che "sono stati chiamati e inviati all'esercito oltre 1.300 dirigenti, ed oltre 27.000 imprenditori", minando così il sistema amministrativo ed economico della Russia, senza contare che "l'età media dei cittadini mobilitati era di 35 anni" (non proprio l'età giusta per fare la guerra, anche per la probabile presenza di una propria famiglia, che non induce a mettere il coltello fra i denti).

Ma questi non sono gli unici guai. Un articolo del giornale russo Gazeta, uscito il 6 ottobre, ricorda che la stessa Duma si sta chiedendo dove siano finiti i soldi previsti per le forniture destinate alle forze armate, e a questo scopo Andrei Kartapolov, capo del Comitato di difesa della Duma, e Vasily Piskarev, presidente del Comitato di sicurezza, "hanno chiesto al procuratore generale di verificare come sono stati spesi i fondi stanziati", dato che i membri della Duma non riescono "a capire perché i nostri mobilitati non possano indossare adeguatamente scarpe e vestiti". Clamorosa è quindi la confessione del periodico russo: "Di fronte alla scarsità di munizioni, le famiglie dei cittadini mobilitati iniziarono ad acquistare in proprio l'equipaggiamento mancante, spesso a un prezzo gonfiato".

Insomma, una guerra fai da te, perché i soldi destinati a finanziarla non si sa dove siano finiti.

Non è quindi una sorpresa che, sollecitate dagli stessi media russi, siano partite numerose iniziative tese a sostenere economicamente e materialmente i soldati russi impegnati nell'operazione speciale in Ucraina (che durando ormai da quasi 9 mesi, dovrebbe essere ridenominata come "ordinaria"), che ormai suscitano un incontenibile senso di pietà.

D'altronde non mancano le richieste di aiuto, come segnala ad esempio il sito russo di notizie Fontanka, il quale denuncia, con un articolo del 1° novembre, che "a San Pietroburgo si è sviluppato un movimento popolare clandestino per aiutare i feriti. Per i pazienti degli ospedali militari, le persone attive organizzano raccolte di vestiti, forniture mediche, dispositivi, preparano torte per loro e acquistano dolci per il tèAllo stesso tempo, o si rifiutano di rispondere alle domande dei giornalisti, o parlano con grande riluttanza. Spiegazione: le istituzioni mediche militari non dovrebbero chiedere nulla, sembrano avere tutto".

In effetti, il ministero della Difesa russo ha sempre affermato che l'esercito dispone di tutte le attrezzature necessarie (articolo di Ria novosti del 7 ottobre). A dirlo è il generale Viktor Goremykin, secondo cui "Le forze armate oggi dispongono di tutte le attrezzature necessarie per fornire tutte le unità e ogni militare in pieno, sia nelle aree delle operazioni militari speciali che nei luoghi di addestramento dei cittadini mobilitati".

Al tempo stesso, però, il Ministero della Difesa russo aveva creato a fine giugno un Fondo di Assistenza ai Partecipanti alle Operazioni Speciali, denominato Zashita (che significa "difesa"), dato che "riceve dozzine di richieste da persone e organizzazioni che desiderano fornire assistenza finanziaria e di altro tipo a soldati e ufficiali che partecipano all'operazione militare speciale" (fonte rg.ru).

Dunque, dall'inizio dell'estate vi è stata una diffusione in Russia delle iniziative di fundraising di soldi da destinare alle forze armate russe in Ucraina, condotte a volte in modo coercitivo, come conferma la circostanza che il governatore della regione di Murmansk, Andrei Chibis, avesse vietato la raccolta "forzata" di somme a questo titolo (fonte Komsomolskaya Pravda del 10 ottobre).

In questo moltiplicarsi di iniziative di sostegno non mancano neppure quelle originali. Per esempio, il sito del canale televisivo Zargrad (tsargrad.tv) annunciava il 15 settembre che "Molti residenti del nostro paese vogliono aiutare i soldati russi che stanno liberando l'Ucraina dai nazionalisti (ovvero i cittadini locali che, inopinatamente, vogliono mantenere la propria nazionalità ucraina). Ti diremo come aiutare i nostri soldati in Ucraina". Interessantissima è la proposta: "La Tsargrad Society organizza viaggi per i volontari nel Donbass. Puoi iscriverti per telefono ... o per e-mail .... Le missioni umanitarie aiutano a ripristinare le infrastrutture a Mariupol, a far sembrare (notare il verbo, ndr) la città pacifica e calma il prima possibile".

Insomma, sembra proprio che a fronte delle roboanti dichiarazioni imperialiste e megalomani di Putin (...creiamo un nuovo ordine mondiale, ecc.), la realtà russa sia ben più misera, e richiama, a pensarci bene, l'Italia mussoliniana degli anni '30 del secolo scorso.

In effetti, non sono poche le similitudini tra l'attacco dell'Italia all'Etiopia nell'ottobre 1935 e l'invasione russa dell'Ucraina di 9 mesi fa. Anche Mussolini giustificava la conquista richiamando il passato imperiale del nostro paese, con discorsi straordinariamente simili a quelli di Putin, con la differenza però, bisogna ammetterlo, che almeno l'impero romano era durato 500 anni, mentre quello russo si e no manco 50 anni (alludendo al periodo sovietico, perché ai tempi di Pietro il grande la Russia era una landa tanto sconfinata quanto priva di tutto). Identica era stata la reazione della comunità internazionale: sanzioni economiche; allora da parte della Società delle Nazioni (l'Onu di quei tempi) all'Italia, e sanzioni economiche dell'Occidente verso la Federazione russa (probabilmente più incisive di quelle subite dall'Italia fascista). Altrettanto uguale è stata la reazione dei 2 paesi colpiti dalle sanzioni: l'autarchia. Inoltre, anche l'Italia di Mussolini, come oggi lo è la Russia di Putin, era in una grave situazione di inferiorità economica, non solo rispetto agli Usa, ma anche a Gran Bretagna, Francia, Germania. Ed infine, anche Mussolini aveva invitato le famiglie italiane a donare il proprio oro (e tra queste ci fu mia nonna Giulia), con il motto Oro alla Patria, che ebbe luogo a dicembre 1935 (ma non pare che Mussolini vi partecipò, così come Putin non è sembrato intenzionato ad andare sul fronte, essendo anche lui membro del club "Armiamoci e partite").

Su come finì Mussolini lo sappiamo. Non resta che da vedere se anche Putin farà la stessa fine.

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