di Lucio Fero

Manolo Portanova è un giocatore di calcio ed è anche un cittadino condannato in primo grado ad anni di reclusione con l'accusa di violenza sessuale. Condannato appena ieri. Tra le due identità il suo mister non ha dubbi: quella di cittadino condannato per abusi sessuali per lui non esiste, anzi, meglio, non conta. Lui pensa ai novanta minuti, all'impegno al 150% per cento partita dopo partita, al dovere di dare il massimo e concentrarsi sul prossimo impegno. Una concentrazione così forte ed esclusiva che tutto il resto non conta. Anzi, diciamolo, del resto chi se ne frega. Quindi il mister convoca Portanova per la partita. I dirigenti della società calcistica (di serie A) di Portanova e del mister Gilardino per un po' giocano a Ponzio Pilato che fa il distratto. Nulla dicono, nulla fanno, stanno acquattati, defilati. Fino a che qualcuno, sollecitato guarda un po' da parte della gente tifosa, non si fa venire il dubbio che non sarebbe proprio una gran pensata mandare Portanova in campo a diventare bandiera o bersaglio. Quindi Portanova va in tribuna. Non prima però di averci fatto misurare quanto enorme e radicata sia l'ottusità della cultura di spogliatoio. Ottusa fino all'autolesionismo.

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