Gente d'Italia

Caccia al tesoro dei narcos in lingotti d’oro

 

 

 

 L'OSSERVATORIO ITALIANO

di Anonimo Napoletano

 

 

Uno dei “problemi” maggiori di una organizzazione di narcotrafficanti, oltre a far arrivare la droga a destinazione dal cliente, è quello di come muovere e riciclare gli immensi proventi in denaro, dal momento che i pagamenti avvengono esclusivamente in contanti e si tratta di grosse somme. Imperiale e i suoi soci avevano a questo scopo costruito un meccanismo bel lubrificato che ruotava attorno a covi insospettabili, delle “case filtro”, come le definisce il neo pentito Raffaele Imperiale. Si tratta di una decina di villette sparse in tutta Italia, da nord a sud. In qualche caso, queste “case filtro” venivano anche utilizzate per stoccare temporaneamente la droga. Alcune sono state scoperte negli anni dalle forze dell'ordine, ma spesso gli investigatori sono stati beffati, come racconta proprio Imperiale: «In una avete sequestrato 600 o 700mila euro in contanti, ma se arrivavate due giorni prima avreste trovato 10 milioni. In un paio di case non ci siete mai stati. In un'altra dove faceste irruzione non trovaste 250 chili di droga che erano ben nascosti e che poi sono stati recuperati e utilizzati dagli Amato-Pagano». 

Ma ecco come funzionava il passaggio di denaro, ancora nel racconto di Imperiale: «Il trasporto dei liquidi avveniva con le macchine “a sistema”, quindi con lo spostamento fisico. La consegna avveniva in un luogo individuato dal cliente, dove di solito ci occupavamo noi di ritirare. Poi i soldi venivano spostati in una “casa filtro” dove il denaro veniva contato e diviso e poi custodito in appositi appoggi. Il conteggio avveniva solo una volta trasportato il denaro nella “casa filtro” e non al momento della consegna. Si lavorava sulla fiducia. Dopo i soldi erano destinati al pagamento dei “cambisti”». 

La figura del “cambista” è centrale nel riciclaggio di denaro sporco. Imperiale si affidava in particolare a tale Corrado Genovese che a sua volta aveva rapporti con Mattia Anastasio “il bello”: «Il mio progetto, se non fossi stato arrestato, era quello, con Genovese e “il bello”, di lasciare progressivamente il traffico di stupefacenti e lavorare sui flussi di denaro. I “cambisti” sono la chiave del narcotraffico internazionale, che non esisterebbe senza di loro», mette a verbale Imperiale. 

In alternativa ai “cambisti”, che avevano la loro percentuale di profitto tra l'1 e il 2%, Imperiale investiva i suoi proventi criminali in oro, in particolare lingotti. Molti li acquistava nel centro orafo più grande del Meridione, il Tarì di Marcianise, alle porte di Caserta. «I contatti al Tarì li ho avuti tramite (omissis). Sono arrivato fino a 40 chili d'oro al mese, in realtà 20-25 col Tarì, in quantitativi giornalieri di 3-4 chili al giorno, il resto con Bit». Dopo un po', però, Imperiale si preoccupa di diversificare la fornitura di oro, «perché temevo l'attenzione delle forze dell'ordine su un mercato piccolo come quello del Tarì». E si rivolge quindi al Nord: «I lingotti li ho presi da un'azienda, una fonderia del Nord, vicino Venezia, si tratta di una signora di origini marocchine, ho conosciuto lei e il marito tramite un calabrese latitante a Istanbul, con il quale ho fatto affari e che che mi doveva dei soldi, circa 500-600mila euro, ed è lui che mi ha consegnato dei lingotti».

L'obiettivo degli investigatori ora è di mettere le mani sul “tesoro” di Raffaele Imperiale e dei suoi soci.

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