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Mano a mano che ci si avvicina a questo inquietante e super atteso congresso del Pd avvengono due cose diametralmente opposte nello scenario di questo partito in grande sofferenza.

Da una parte assistiamo ogni giorno alla discesa in campo a favore dei due maggiormente favoriti alla vittoria, Stefano Bonaccini e Elly Schlein. Ogni giorno ecco una lancia spezzata a favore dell'uno o dell'altra, dal centro e dalla periferia di un paese che guarda con una certa apprensione il futuro dei democrat. E non mancano contraddizioni anche rispetto agli antichi schieramenti interni al partito.

 Un esempio. Qualche tempo fa il leader Enrico Franceschini, ex ministro e capo corrente, annuncia in pompa magna che la sua candidata imprescindibile è la Schlein, giovane speranza senza la quale nessun rinnovamento è possibile. E ieri da Genova Roberta Pinotti, anche lei ex ministra e  per definizione una fedelissima di Franceschini, motiva ampiamente la sua scelta per Bonaccini, grande esperto in politica amministrativa e "uno che viene dal popolo e al popolo sa parlare".

 Uno di qua e l'altra di là. 

Dall'altra parte su questo scenario di attesa preoccupata non avviene nulla di quanto era atteso per una vera rivoluzione in un Pd che sta precipitando nei consensi. 

Esempio: non era stata promessa una grande apertura alla società civile per far entrare nella discussione congressuale e nei dossier sugli urgenti temi,  che una forza di opposizione dovrebbe preparare, soggetti interessati a rinvigorire, cambiare, insomma sbloccare il sistema-partito, così rinsecchito su se stesso? 

Nulla di tutto questo al centro e anche nella nostra periferia genovese. Non c'è stato un solo segnale in questo senso, un nome, più nomi, un dibattito, un confronto, un'idea accolta con favore e foriera di ampie discussioni.

Molto meglio avvoltolarsi nel solito giochino degli schieramenti, delle preferenza, delle scelte sui nomi. 

Cosa costa? Anzi, si fa una bella uscita sui giornali, con tanto di titolone e si pensa di avere ancora una volta guadagnato nella tanto importante visibilità!

Per chi ricorda le ricchezze di analisi che accompagnarono la nascita del primo centro sinistra o la strategia che doveva portare al compromesso storico o il fervore che esplodeva quando si costruì l'Ulivo, questo contraddittorio panorama odierno è veramente sconfortante.

Se si parte dalle dichiarazioni, dai programmi dei contendenti favoriti ci si deve fermare a formule quasi apodittiche, scarne, per quanto ripetute ad ogni intervista, ad ogni, inesorabile talk show televisivo. 

La giovane e pimpante Schlein si differenzia perchè più attenta al tema sociale e all'ambiente, il "turgido" emiliano Bonaccini sembra in cerca della terza via, del riformismo della stagione renziana. 

Elly Schlein "abbraccia" i Cinque Stelle e Bonaccini guarda verso Calenda-Renzi e verso il mondo delle imprese. 

Tutto qua? Certo no, perchè la tela va ben dipanata, ma il succo non cambia. E la delusione per un dibattito bloccato in questo modo non può che aumentare, in attesa di tempi migliori o magari, chissà, di conversioni. 

Non bisogna però rassegnarsi all'idea che l'unica alternativa sia quella di scegliere tra uno spostamento del Pd un po' più a sinistra oppure un po' più a destra. Verso una pista socialdemocratica o verso una via liberaldemocratica?

 Se solo si guardasse un po' oltre i confini e non solo quelli del proprio piccolo orto ma più in generale verso quello che è accaduto e accade in un mondo geopoliticamente così rivoluzionato, qualche idea potrebbe sorgere.

Nel mondo della sinistra anglosassone, per esempio, da oltre un decennio esistono e si impongono posizioni che non sono più affatto riconducibili al match tra massimalismo e riformismo. 

Negli Stati Uniti, per esempio, la combinazione tra idee progressiste e conservatrici si è fatta strada da tempo. Progressismo in materia economica, con aperture nel welfare e, invece, conservatorismo sul piano culturale e sociale. Basta pensare al tema, sempre così emergenziale negli Usa, della sicurezza. 

Si mescolano da tempo le posizioni a cavallo di quelli che, non a caso, venivano chiamati "cowboys democratici" e che aiutarono Obama a vincere. E Nel Regno Unito ci sono da tempo versioni di Blu Labour Party, che sposa idee spesso considerate conservatrici come famiglia, fede, vita di comunità, limiti all'immigrazione. Qualcuno come il fine osservatore internazionale Luca Ricolfi, presidente della Fondazione "David Hume", ha definito questa tendenza appunto "sinistra blù". 

Il filone che scorre dentro a questo pensiero è che gli strati popolari siano culturalmente conservatori , sopratutto quando c'è di mezzo la sicurezza, tema che a casa nostra la sinistra ha sempre considerato affare della destra e rispetto alla quale non ci sono che balbettii. 

E' chiaro che ogni Paese ha la sua storia, le sue sensibilità i suoi equilibri e disequilibri, tra Partiti e Movimenti, che fanno la sua storia in vertiginoso divenire. In Italia forse più che altrove.

Ma questi temi ed anche altri, che hanno dato vigore, successi o, comunque, nuove idee alle forze che ovunque si ispirano alla sinistra sembrano esterni e lontani nella preparazione del congresso Pd. 

Il tema sicurezza è stato considerato solo in casi isolati e da personaggi singoli, come per esempio Marco Minniti, che ci ha scritto sopra un libro intitolato "Sicurezza e libertà".

Ricolfi in un articolo su Repubblica si chiede  come è possibile una sinistra che difenda valori conservatori. E risponde che forse la domanda andrebbe capovolta: che sinistra è quella che rinuncia a sostenere i ceti popolari, a studiarne le esigenze, a stare al suo fianco?

Aspettiamo che il dibattito si accenda, non forse che il Pd si pitturi di blù, ma che discuta finalmente senza giocare con le pedine e gli eserciti, come se fossimo alla battaglia navale e non in una partita così importante per difendere la democrazia.

Franco Manzitti

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