Gente d'Italia

Il Piave mormorava il 24 maggio

Nel 1918 – a guerra finita – E. A. Mario ne raccontò l’avvio con una canzone che divenne popolarissima: «Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti il ventiquattro maggio; / l’esercito marciava per raggiunger la frontiera / per far contro il nemico una barriera! / Muti passaron quella notte i fanti, / tacere bisognava e andare avanti. / S’udiva intanto dalle amate sponde / sommesso e lieve il tripudiar de l’onde. / Era un presagio dolce e lusinghiero. / Il Piave mormorò: “Non passa lo straniero!”». Il giorno prima, il 23 maggio 1915, era stata consegnata al ministro degli Esteri austriaco la dichiarazione di guerra (quella alla Germania fu consegnata più di un anno dopo, nell’agosto del 1916). Come accadde nel 1940 (quando Mussolini era convinto che la guerra sarebbe stata vinta in pochissimo tempo), lo Stato Maggiore italiano era fiducioso in una conclusione sufficientemente rapida del conflitto (nessuno pensava che la guerra sarebbe durata più di tre anni).

Luigi Cadorna aveva 35 divisioni contro 14 austriache e una tedesca (l’Alpenkorp), ma l’esercito italiano, il 24 maggio, non era affatto pronto: pur con sei classi mobilitate e la radunata già iniziata il 1° aprile, occorsero poi dal 4 maggio al 16 giugno ben 43 giorni (al posto del mese previsto con calcolo già largo) perché lo fosse. «Il piano del Cadorna», spiega Piero Pieri, storico militare (L’Italia nella Prima guerra mondiale), «contemplava l’irruzione dell’esercito italiano oltre l’Isonzo, a un di presso sulla linea Villach-Lubiana, partendo dalla sinistra, rappresentata dal grosso della IV Armata e dalla Zona Carnia. La IV Armata avrebbe dovuto portarsi con il grosso a Dobbiaco e a San Candido (Innichen); e con un’aliquota a Brunico: questa avrebbe dovuto proseguire lungo la Rienza fino a Franzenfeste (Fortezza), recidendo alla base il saliente trentino-alto atesino. Il grosso, invece, sarebbe sceso lungo la Drava e il Gail, suo affluente, verso Villach, per dare la mano al corpo rinforzato della Carnia, il quale doveva aprirsi la via direttamente su Tarvis, per le due strade della Val Fella e dell’alto Isonzo. La II Armata avrebbe intanto occupato Caporetto, il Kolovrat e il Korada, mentre la 3a avrebbe dovuto raggiungere l’Isonzo fra Gradisca e Montefalcone. Insomma, la marcia su Lubiana avrebbe dovuto essere preceduta e assicurata da un’ampia manovra di tipo napoleonico sulla sinistra, che garantisse il possesso di Tarvis e di Villach; e la IV Armata, già nel periodo della radunata, doveva dare inizio alla grande operazione, superando gli antistanti sbarramenti austriaci di Alto Cordevole-Valparola, Landro-Platzwiese-Son Pauses, e di Sexten, e dando alla sua azione “spiccato carattere di vigore”, mentre alla Zona Carnia eran prescritte, per il periodo della radunata, le semplici operazioni preliminari d’investimento delle fortificazioni di Malborghetto da un lato, di Raibl e del Predil dall’altro; e nessuna operazione del genere spettava alle due armate dell’Isonzo. Quanto alla V Armata, essa aveva un compito strategicamente difensivo dallo Stelvio all’incirca al passo di Rolle, in gran parte attorno al saliente trentino».

Per attuare un simile piano, occorreva però che le truppe fossero pronte all’azione, tutte insieme, fin dall’inizio. Il che non avvenne.

IN TRINCEA. Gran parte del conflitto fu combattuto dalle truppe italiane sulla linea dell’Isonzo. Tra la fine del mese di giugno del 1915 e l’inizio di novembre del 1917 vi si combatterono dodici sanguinose battaglie, in una logorante guerra di posizione che non permise né ai nostri soldati né ai nostri nemici apprezzabili conquiste territoriali. Nel primo anno di guerra uno dei compiti principali affidati al nostro esercito fu quello di tenere impegnata una parte consistente delle forze nemiche mentre infuriavano i combattimenti sul fronte francese.

Fra l’inizio di agosto e l’inizio di novembre del 1916, gli scontri furono quattro. Il primo (la sesta battaglia dell’Isonzo) fu il più glorioso per l’esercito italiano, che conquistò il Monte San Michele e riuscì a issare il Tricolore sulla città di Gorizia (8 agosto). Le tre successive spallate non ottennero risultati concreti. Ma si trattò, comunque, di episodi fondamentali nei delicatissimi equilibri bellici. Gli austriaci si resero conto che il fronte italiano non era più tenero di quelli dell’Europa Centrale. Le truppe imperiali furono spesso costrette a ripiegare su posizioni arretrate per evitare di essere schiacciate dal nostro esercito. È quel che accadde anche nell’ottava battaglia, fra il 10 e il 12 ottobre del 1916, quando gli austro-ungarici dovettero retrocedere verso la seconda linea. Teatro dello scontro fu la pianura a Sud di Gorizia, dove erano concentrati il 26° e l’8° Corpo d’Armata italiani, e sulle pendici del Carso, dove operavano il 7°, l’11° e il 13° Corpo d’Armata.

Complessivamente, nella campagna d’autunno – che si concluse con la nona battaglia dell’Isonzo il 4 novembre –, sia gli italiani sia gli austriaci lasciarono sul terreno circa settantamila uomini.

La grande novità strategica del conflitto fu la trincea, che fu – ha scritto il generale Fabio Mini – «il nuovo strumento militare che reclama le vittime concettuali con la sua linearità e la staticità e quelle fisiche e morali con le perdite infinite nei vari combattimenti». Gli effetti che il soldato deve subire ogni giorno sono «il tiro terrificante e l’abbrutimento delle fanterie. E anche quando si riesce ad organizzare un attacco, a smuoversi dalla melma della postazione e a raggiungere una posizione pochi metri più avanti, non si può né gioire né essere soddisfatti. Bisogna scavare, bisogna adattare le stesse difese dell’avversario ad una situazione nuova e a direzioni di attacco opposte a quelle per le quali queste difese sono state create. Se si attacca una posizione e non si hanno le forze per proseguire l’azione, bisogna consolidarsi. Bisogna integrare la capacità naturale del terreno con ostacoli e soprattutto bisogna trovare un conveniente riparo da quella che sempre deve essere prevista: la reazione dell’avversario (in primo luogo delle sue artiglierie). Si deve imparare l’importanza dei rifornimenti e l’importanza dei mezzi di scavo. Quando si scava in genere va male e il terreno è più duro del previsto. Altre volte va bene: si scava nel morbido invece che nel sodo. Ma con gli attrezzi non adatti si sciupa tempo prezioso. Le vanghette individuali servono a poco per rafforzare le posizioni conquistate e allora bisogna avere i badili. Ma bisogna pensarci prima dello stesso attacco, perché quando si riconosce che i badili sono importanti quanto i fucili forse è troppo tardi. Attaccare e scavare non sembrano azioni compatibili, ma l’esperienza fa diventare necessarie entrambe. È l’esperienza che si forma vedendosi morti quando ci si ferma e quando si riesce a vivere perché rintanati».

LE DIMISSIONI DI SALANDRA. Il primo movimento di qualche importanza sul fronte italiano si ebbe nel maggio 1916 con un’offensiva austriaca nel Trentino lungo le valli del Brenta e dell’Adige. «Cadorna», racconta Denis Mack Smith (nella sua Storia d’Italia), «affermò di aver saputo di quest’offensiva con anticipo, ma evidentemente egli aveva pensato che le catene montuose e la linea ferroviaria ad un solo binario avrebbero reso impossibile una concentrazione di truppe tale da costituire una seria minaccia da quel lato. In quest’occasione gli austriaci riuscirono ad avanzare fino a dieci chilometri dalla pianura veneta e, a coronamento della loro vittoria, catturarono e giustiziarono gli irredentisti Chiesa e Battisti nella loro qualità di cittadini austriaci che avevano preso le armi in favore dell’Italia». La conseguenza di questo rovescio fu la caduta di Salandra, che appena tre mesi prima aveva ottenuto a stragrande maggioranza un voto di fiducia. Per sua stessa confessione, dopo dodici mesi di ostilità le difese italiane si trovavano in condizioni ancora peggiori che all’inizio della guerra. La fiducia del Paese venne a mancare: molti deputati non avevano ancora perdonato a Salandra il modo in cui li aveva trascinati nel conflitto. Salandra non era una persona che riuscisse facilmente a conquistarsi la simpatia dei colleghi (e soprattutto dell’opinione pubblica), ma egli stesso aggravò la situazione trattando il parlamento con alterigia del tutto superflua ed entrò in conflitto con Cadorna. Il suo errore imperdonabile consistette nell’aver puntato sulla previsione che la guerra non sarebbe durata oltre i primi mesi del 1916, e gli italiani cominciarono a scoprire che i moniti di Giolitti (che si era opposto fino in fondo all’entrata in guerra) erano stati pienamente giustificati.

Il successore di Salandra fu Boselli, «un incolore trasformista del Centro-Destra, del tutto inadatto a guidare il Paese in tempo di guerra», secondo il giudizio drastico di Mack Smith. Questa volta il re non si preoccupò neppure di chiedere consiglio a Giolitti, considerato ancora l’uomo politico più autorevole e più assennato. «Quasi ottantenne, forse il più vecchio deputato della Camera, Boselli era una nullità ed una soluzione meramente transitoria. Ivanoe Bonomi – che si trovava in una posizione che gli consentiva di valutare esattamente le circostanze – annotò in tutta serietà ma alquanto ingenuamente che si evitò a bella posta di ricorrere ad un uomo più giovane per timore che potesse imporre la sua volontà al gabinetto. La mancanza di personalità di Boselli rese tuttavia possibile una coalizione che si estese, passando attraverso Sonnino e Orlando, dal cattolico Meda ai radicali Sacchi e Carcano ed ai socialisti riformisti Bonomi e Bissolati. Sulla carta il governo poteva così apparire come l’espressione più larga possibile dei sentimenti nazionali, ma non si trattava certo di una soluzione fatta per facilitare quella tempestività e fermezza d’azione che la guerra rendeva necessarie. Furono solo i socialisti ufficiali a non partecipare alla soddisfazione generale con cui fu salutato il nuovo ministero di Coalizione nazionale».

A GORIZIA. Poco dopo la formazione del governo Boselli (più malleabile di Salandra nei confronti di Cadorna) il comandante supremo delle Forze Armate, più libero nei movimenti, organizzò l’offensiva che doveva di lì a poco condurre alla conquista di Gorizia. Racconta Indro Montanelli nella sua Storia d’Italia (L’Italia di Giolitti): «Convinto di aver messo in crisi con la Strafexpeditiontutto il nostro schieramento, Conrad (il comandante delle truppe austriache sul fronte italiano) fu colto di sorpresa quando il 6 agosto si vide piovere addosso, nel saliente di Gorizia, la III Armata del Duca d’Aosta. Erano 17 Divisioni contro 8. Gli austriaci resistettero dapprima vigorosamente sperando di fare in tempo a portare rinforzi. Ma dopo tre giorni dovettero abbandonare le loro munitissime posizioni del Sabotino e del San Michele che montavano la guardia all’Isonzo e a Gorizia, incalzati dalle fanterie del generale Capello, che fu il maggiore protagonista della brillante operazione. Il fiume fu attraversato, la città cadde, e per un momento parve che tutto il dispositivo nemico traballasse. Poi i nostri dovettero fermarsi per riparare alle pesanti perdite che avevano subìto. Ma quella “prima, grande, autentica vittoria italiana”, come la chiamò Bissolati, sollevò il morale delle truppe, fece salire la nostra quotazione in campo alleato, rinsaldò il governo e gli diede il coraggio di prendere alcune fondamentali iniziative».

Come era accaduto più volte anche durante le guerre d’Indipendenza, l’esercito italiano non seppe sfruttare la vittoria incalzando il nemico nel tentativo di costringerlo alla disfatta o alla resa. Ma, nel 1916, esisteva l’attenuante della condizione di sfinimento fisico dei nostri soldati, che con il loro eroismo avevano sopperito all’armamento insufficiente, allo scarso appoggio dell’artiglieria, alle condizioni di vita nefaste nelle quali avevano vissuto per mesi nelle trincee melmose.

Il governo, tuttavia, assunse alcune decisioni importanti. La prima fu la dichiarazione di guerra alla Germania: «Un avvenimento», sottolinea con ironia Montanelli, «che molto stupì i nostri fanti che, incapaci di distinguere fra austriaci, boemi, ungheresi e croati, li chiamavano tutti “tedeschi” e credevano di essere in guerra con loro da sempre. Fino all’ultimo questa decisione era stata avversata da Salandra, sempre fedele alla sua concezione di “guerra italiana”. Boselli la prese su insistenza di Sonnino, e malgrado l’opposizione di Orlando e Meda che seguivano la linea salandrina». La seconda decisione fu l’invio di un corpo di spedizione a Salonicco, dove gli anglo-francesi avevano aperto un fronte balcanico. A esigere questa misura era stato lo stesso Cadorna, che di quel fronte capiva l’importanza per alleggerire il suo.

«Tutto questo», sottolinea Montanelli, «sommato al successo di Gorizia, ci riqualificò presso gli Alleati, che fin allora ci avevano guardato con molto sospetto per il nostro modo di condurre la guerra a mezzo, un piede dentro e un piede fuori, come se volessimo tenerci la strada aperta a qualche voltafaccia. I nostri statisti avevano perfino evitato di partecipare ai raduni interalleati per lo scambio d’informazioni e il coordinamento dei piani. Sicché quando finalmente si erano decisi a presentarsi a quello di Parigi, nel marzo del ’16, vi furono accolti come i loro predecessori lo erano sempre stati dagli austro-tedeschi ai tempi della Triplice, cioè come soci di seconda serie su cui non c’era da fare affidamento. Ora finalmente questo clima di sospetto cominciava a diradarsi».

GLI ITALIANI IN GUERRA. Glii storici danno ancora interpretazioni diverse allo sforzo bellico compiuto dall’Italia nella Grande guerra, da quelli al fronte e da quelli che ne seguivano l’andamento dalle loro case. «Gli storici di marca nazionalista o fascista», osserva Sergio Romano, «vollero vedere soltanto gli atti di coraggio, la tenacia, i sacrifici sofferti in nome d’un grande sforzo collettivo. Quelli di derivazione marxista o libertaria videro soltanto le sopraffazioni degli ufficiali, la brutalità dei capi, lo sfruttamento delle masse contadine, le decimazioni, l’inutilità dei massacri; e vollero interpretare ogni mormorazione, ogni gesto di rivolta come indici d’una nuova, più vigorosa coscienza popolare. Guerra nazionale, per i primi; guerra di classe nelle trincee e sul fronte interno, per i secondi. Manca ancora oggi una storia degli italiani in guerra che sappia fondere in uno stesso contesto l’entusiasmo dei volontari, la pazienza dei fanti-contadini, gli atti di coraggio e quelli di paura, le manifestazioni di stanchezza (ve ne furono numerose in tutti gli eserciti, soprattutto dopo il 1916) e quelle coscientemente rivoluzionarie (i moti operai dell’agosto 1917 a Torino: 50 morti, secondo alcune fonti)». Nel 1916, nessuno pensava che sarebbero passati ancora due anni prima che finisse l’incubo. E nessuno, meno che mai, immaginava che l’anno successivo ci sarebbe stata la catastrofe di Caporetto, dalla quale l’Italia riemerse con coraggio e sacrificio.

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