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Teheran: “Usa e Israele responsabili per le morti di civili. Se attaccati, colpiremo le basi Usa”

(foto Ansa)

L'ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite, Amir Saeid Iravani, ha inviato una lettera al segretario generale dell’Onu Antonio Guterres in cui accusa Stati Uniti e Israele di avere una “responsabilità legale diretta e innegabile” per la morte di civili innocenti, in particolare giovani.

Nella missiva, Iravani sostiene che la politica statunitense nei confronti dell’Iran sarebbe orientata a un cambio di regime attraverso sanzioni, minacce e disordini orchestrati, utilizzati come pretesto per un possibile intervento militare. Il contenuto della lettera è stato rilanciato dalla missione iraniana presso le Nazioni Unite sul social X.

 L'Iran ha avvertito i paesi vicini che colpirà le basi statunitensi come rappresaglia per eventuali attacchi da parte di Washington. Lo riporta Reuters online citando funzionari iraniani. Teheran, spiega la fonte, ha comunicato ai paesi della regione, dall'Arabia Saudita agli Emirati Arabi Uniti fino alla Turchia, che le basi statunitensi in quei paesi saranno attaccate se gli Stati Uniti prenderanno di mira l'Iran chiedendo a questi paesi di impedire a Washington di attaccare l'Iran.

Intanto l'agenzia di stampa Fars, affiliata allo Stato iraniano, ripresa da Cnn, afferma che è probabile che Internet rimanga disconnesso per le "prossime una o due settimane".
L'Iran è al sesto giorno di blackout nazionale di Internet, imposto dal regime per reprimere le proteste di massa antigovernative, anche se ieri alcuni utenti di telefoni fissi e cellulari sono riusciti per la prima volta a chiamare all'estero.

L’organizzazione per i diritti umani Hrana, con sede negli Stati Uniti, ha dichiarato di aver verificato la morte di 2.571 persone dall’inizio delle proteste in Iran. Secondo quanto riportato da Reuters, tra le vittime ci sarebbero 2.403 manifestanti, 147 persone affiliate al governo, 12 minori di 18 anni e nove civili non coinvolti nelle manifestazioni.

Il capo della magistratura iraniana, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha promesso processi rapidi per le persone arrestate durante le proteste. Lo ha riferito la televisione di Stato iraniana, citata dai media internazionali. Durante una visita a un carcere che ospita manifestanti detenuti, Ejei ha affermato che in presenza di reati gravi occorre agire rapidamente, aggiungendo che i processi dovrebbero svolgersi in pubblico. Le sue dichiarazioni sono state riportate anche dalle agenzie di stampa iraniane.

Intanto prosegue il blocco nazionale di internet imposto dalle autorità iraniane nel contesto delle proteste antigovernative. Secondo l’organizzazione NetBlocks, l’interruzione dura da oltre 130 ore ed è iniziata giovedì scorso. Lo riferisce Sky News. Nella giornata di ieri il governo di Teheran ha consentito alcune telefonate verso l’estero e i media statali hanno diffuso elenchi di siti web ai quali è consentito l’accesso.

Sul piano internazionale, la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha criticato l’Unione europea per l’attenzione riservata alla situazione in Iran, invitando i funzionari europei a concentrarsi invece sulla Groenlandia. Intervenendo a radio Sputnik, Zakharova ha sostenuto che l’Iran sarebbe diventato un pretesto per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica europea da altre questioni, tra cui quella della Groenlandia. In un altro passaggio, citato dall’agenzia Tass, la portavoce ha accusato l’Ue di sostenere apertamente le azioni antigovernative in Iran, definendole un tentativo di ribellione, mentre allo stesso tempo impone sanzioni e invoca il rispetto delle libertà di associazione e di riunione.

Secondo un rapporto diffuso oggi dall’organizzazione Porte Aperte, i cristiani in Iran subiscono una repressione pesante e sistematica. L’Iran si colloca al decimo posto nella classifica dei Paesi dove la persecuzione per motivi di fede è più elevata. In particolare, i cristiani convertiti sarebbero i più colpiti: le chiese domestiche vengono regolarmente perquisite e le operazioni sono spesso seguite da arresti, lunghe detenzioni e interrogatori, con accuse legate alla sicurezza nazionale.

Il dossier segnala che i detenuti vivono in condizioni igienico-sanitarie precarie e che le cauzioni richieste per la scarcerazione possono essere molto elevate. Anche dopo il rilascio, vengono imposte restrizioni severe, come l’esilio interno o l’autocensura. Le comunità cristiane storiche armene e assire, pur riconosciute dallo Stato, sarebbero trattate come cittadini di seconda classe e soggette a discriminazioni sul lavoro e nel diritto di famiglia. È inoltre vietato l’uso della lingua persiana nelle funzioni religiose e il coinvolgimento di persone di lingua persiana nelle attività ecclesiali.

Porte Aperte sottolinea inoltre che il conflitto con Israele avrebbe aggravato la pressione sui cristiani, spesso percepiti come vicini all’Occidente. Dopo il cessate il fuoco, almeno 54 cristiani sarebbero stati arrestati in 21 città con accuse di spionaggio. I media statali, si legge nel rapporto, avrebbero alimentato una narrativa che collega i cristiani evangelici ai servizi di intelligence stranieri, aumentando il rischio per l’intera comunità. Le chiese clandestine continuano a crescere, ma restano esposte a forti pericoli.

Familiare del manifestante condannato a morte in Iran, 'oggi l'esecuzione'

Un parente del manifestante iraniano Erfan Soltani, arrestato dalle autorità iraniane la scorsa settimana e condannato a morte, ha confermato che la sua esecuzione è prevista per oggi.
"Con un processo estremamente rapido, nel giro di soli due giorni, il tribunale ha emesso una condanna a morte", ha affermato il parente alla Bbc Persian, aggiungendo che alla famiglia è stato comunicato che l'esecuzione sarebbe avvenuta mercoledì 14 gennaio.
Soltani, 26 anni, è stato arrestato giovedì, il giorno in cui le proteste in Iran hanno raggiunto il culmine e, secondo alcune ricostruzioni, sarebbe stato condannato dopo essere stato coinvolto in proteste nei pressi della capitale iraniana Teheran.

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