di FABIO PORTA
Le celebrazioni per gli ottanta anni della liberazione dal nazi-fascismo si sono appena concluse e proseguiranno con un ideale collegamento storico e valoriale con quelle per la proclamazione della Repubblica a seguito del referendum del 2 giugno del 1946.
Se gli 85 anni di monarchia, quelli succeduti all’unità d’Italia, furono drammaticamente attraversati da ben due conflitti mondiali (con il carico di morti e distruzione che la guerra ha comportato) gli ottanta anni repubblicani hanno coinciso con il più lungo periodo di pace che l’Italia abbia mai avuto e che tutti noi speriamo possa ancora proseguire nonostante le nubi sempre più minacciose che si addensano sul pianeta.
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto dedicare a questo anniversario e al ricordo delle otto decadi di vita della Repubblica il suo tradizionale discorso di fine anno, ripercorrendo alcune delle tappe più significative della nostra storia: dalla firma dei Trattati di Roma nel 1957 (forse il documento più importante della storia dell’Unione Europea) agli anni di piombo segnati dalle stragi e dal terrorismo, dalle grandi conquiste sportive alla lotta alla mafia culminata con l’assassinio dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Il Presidente ha ricordato che la storia della Repubblica italiana è una storia di successo, sottolineando come nel corso dei decenni l’Italia sia passata dalla povertà del dopo-guerra alla prosperità di un Paese «di rilievo sulla scena internazionale». Non ha mancato di citare alcuni problemi attuali, in particolare «povertà, diseguaglianze, ingiustizie, corruzione, infedeltà fiscale, reati ambientali». Pur non sottovalutando le difficoltà e le criticità del momento attuale ha cercato comunque di trasmettere un messaggio di ottimismo, dicendo che «nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia», concludendo con un forte appello ai giovani, invitandoli a essere «esigenti e coraggiosi», e a «sentirsi responsabili come la generazione che, ottant’anni fa, costruì l’Italia moderna».
Il clima di incertezza sul piano internazionale con il quale si è aperto questo 2026 rende le parole del Presidente e il suo commosso omaggio alla forza della democrazia ancora più attuali, soprattutto se collegate al crescente attacco al multilateralismo e al prevalere della logica della forza su quella del dialogo e della diplomazia.
L’Italia e l’Unione Europea (il cui progetto di pace e integrazione nasce all’indomani del secondo grande conflitto mondiale) devono recuperare orgogliosamente e responsabilmente i valori alla base della loro “costituency”; un patto scritto ma soprattutto un progetto ideale al quale per decenni il mondo ha guardato con speranza e grande interesse. Una sfida che oggi facciamo fatica a rilanciare a causa dell’attacco sempre più forte al diritto internazionale da parte di quanti vorrebbero riproporre la logica delle superpotenze e la spartizione del mondo che caratterizzò gli anni della “guerra fredda” tra USA e Unione Sovietica. Un salto all’indietro che pregiudicherebbe proprio il futuro delle giovani generazioni alle quali il Presidente ha voluto dedicare il suo messaggio e rivolto l’appello più accorato e sincero.
