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Franco Esposito

Cinquantanove ordinanze, di cui trentasei di custodia in carcere. Un decreto di sequestro preventivo in via d'urgenza di beni e quote societarie. E un sequestro da 150 milioni: centrato  in pieno il clan camorristico Moccia, operativo nella zona di Afragola, a est di Napoli. Particolare curioso e in un certo senso sconvolgente, il boss Angelo Moccia, partecipò il 22 marzo all'udienza generale di Papa Bergoglio. Autorevole figura nel mondo della camorra, il capo clan  andò in Vaticano con la moglie e un amico imprenditore, ora anche lui agli arresti. 

Praticata da alcuni componenti del clan, la strategia della dissociazione non ha mai convinto la Procura, che l'ha liquidata sapete come? É una manovra creata ad arte da una delle più potenti famiglie camorristiche. La storia del clan Moccia di Afragola incastrato dall'indagine condotta dai carabinieri del Ros e dai finanzieri del Gico, coordinati dai  pm Ida Tereri e Giorgia De Ponte. Il giudice Maria Luisa Miranda è la firmataria delle cinquantanove ordinanze di custodia in carcere, all'indirizzo tra gli altri  dei fratelli Moccia, Angelo, Luigi, Antonio, e il cognato Filippo Iazzetta. Gli imprenditori Vincenzo Tucci e Ciro Ferone sono indagati per riciclaggio. Ai domiciliari per corruzione due funzionari di Rfi, Stefano Maisto e Stefano Deodato, all'epoca die fatti dipendenti dell'unità Napoli Nord Est con sede a Caserta. Avrebbero intascato tangenti per circa 29mila euro. "per omettere controlli e alterare la contabilità". 

Trasferiti da anni a Roma, Angelo e Luigi Moccia avrebbero comunque continuato – questo dicono le carte dell'inchiesta – a reggere il comando del clan. Fra gli affari definiti sospetti, il commercio dei prodotti petroliferi. Il business avrebbe consentito la realizzazione di frodi fiscali e di dodici estorsioni, consumate o tentate, nessuna delle quali denunciata. Presi di mira imprenditori e commercianti dei centri limitrofi, non solo Afragola. 

Agli arresti domiciliari anche due esponenti della classe politica pugliese: Andrea Guido, consigliere comunale a Lecce, e Pasquale Finocchio, già vice presidente del consiglio comunale di Bari. I due politici risultano coinvolti nel filone sui tentativi di imprese ritenute vicine ai Moccia "di entrare nel settore degli oli esausti in Puglia". Finocchio è accusato anche di traffico di influenze. Guido di corruzione per una presunta tangente di 5mila euro. 

Nelle carte si passa dal racket delle estorsioni in provincia di Napoli al "sistema occulto per entrare nei grandi appalti ferroviari, negli investimenti nel settore dei petroli e delle aste immobiliari". L'espansione in Puglia sarebbe avvenuta attraverso contatti con malavitosi e politici locali. 

Qualche retroscena. Quello del 22 marzo 2017: Angelo Moccia partecipano quel giorno in Vaticano all'udienza generale pubblica che il Papa tiene ogni mercoledì. Con loro un amico datato, l'imprenditore Mauro Esposito, di Casoria. Un soggetto estraneo a questa inchiesta, ma  coinvolto anni fa in una indagine della Procura di Roma. Quando va dal Papa, Angelo Moccia è libero da due anni; ne ha scontati in galera 23, ed è sottoposto alla sorveglianza speciale. Ma la restrizione  non gli impedisce di andare da Bergoglio. 

Angelo Moccia, da tempo, comunque in quegli anni, sta cercando di convincere i giudici  di aver cambiato  vita. Scegli la dissociazione negli anni Novanta. Una linea che prevede "l'ammissione dei vecchi reati che gli vengono contestati senza però chiamare in causa terze persone". Secondo la Procura, però, non si sarebbe mai dissociato dal clan. "Ne è stato sempre partecipe con il ruolo di promotore – scrive il gip Maria Luisa Miranda -  E mai è sta sua intenzione farlo. Con i fratelli Antonio e Luigi continua a ricoprire posizioni di vertice nell'organizzazione che porta il nome della famiglia. Angelo, come i fratelli, è uno dei componenti del triunvirato di comando". 

Accusato di essere imprenditore di riferimento del clan, Giovanni Esposito  "esponeva con orgoglio una foto di quella udienza generale in Vaticano negli uffici della sua azienda".  La foto viene notata da Gennaro, il figlio Giovanni Esposito, il quale non sapendo di essere intercettato dice al padre: "Stai proprio accanto al Papa qua". L'imprenditore della camorra, chiaramente compiaciuto, risponde al giovane Moccia: "Guarda come mi guarda il Papa...". Semplicemente delirante. 

Nei verbali ci sono frasi come questa: "Quello dice che la ferrovia è una cosa che hanno creato loro", la butta lì l'imprenditore Giovanni Esposito discutendo con il figlio Angelo, ignaro di essere intercettato. Parlano delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Salvatore Scafuto, della famiglia camorristica Moccia sui lavori per la realizzazione dell'avvenieristica stazione dell'alta velocità di Afragola, L'opera da 1,8 milioni di euro da dividere con i Moccia. "Io vado a fare il lavoro...facciamo a mezzo ciascuno. In questo cantiere però non voglio comparire...perchè ci sono le guardie che indagano...vendono me e pensano chissà che...". La stazione ferroviaria per l'alrta velcoità è costruita proprio nella roccaforte del clan Moccia. 

I magistrati sostengono che "da accertamenti documentali e catastali allegati agli atti "la stazione sorge su un terreno riconducibile alla famiglia Moccia". Il giudice Maria Luisa Miranda evidenzia l'esistenza di "un sistema occulto realizzato dalla cosca per investire negli appalri ferroviari". Al centro di questo momento investigativo chi c'è? Proprio lui, l'imprenditore Giovanni Esposito, soprannominato 'o studente, amico dei Moccia da oltre quarant'anni, accusato di concorso in associazione camorristica. Il sostenitore e portatore di questa tesi è il Michele Puzio, anche lui collaboratori di giustizia. Il clan si rivolgeva a lui "per effettuare importanti operazioni di riciclaggio". 

Capito il sistema creato ad arte, efficiente sotto ogni aspetto, per mettere le mani sugli appalti ferroviari? Funzionava così, assicurano i pm Ida Teresi e Giorgia De Ponti, coordinatrici degli investigatori del Ros: "I Moccia funzionavano da investitori occulti nei singoli lotti di lavori ai quali partecipavano imprese e aziende finanziate con denaro ritenuto di provenienza camorristica e pertanto non avevano bisogno di ricorrere al credito delle banche". 

Giovanni Esposito rappresentava "il principale referente della famiglia camorristica afragolese, il custode dei capitali investiti e collettore dei guadagni". La contabilità tenuta su pizzini numerati. 

Camorra, tangenti, appalti fasulli, contabilità truccata, società di comodo, imprenditori di marcia moralità, corruzione, i politici, e altro ancora: in questa vicenda c'è di tutto. Il peggio del peggio.