Il mondo latinoamericano dell’apicoltura si è riunito nei giorni scorsi a Montevideo per dibattere sulle problematiche di un settore in crisi durante il tredicesimo congresso di Filapi (Federación Latinoamericana di Apicultura).

L’evento - a cui hanno partecipato oltre 500 produttori e tecnici internazionali - si è svolto presso la Rural del Prado ed è stato organizzato insieme alla Sociedad Apícola Uruguaya (Sau) oltre alla collaborazione della Asociación Rural del Uruguay. Tra i relatori del congresso c’è stato anche un ricercatore italiano, Antonio Nanetti che vanta oltre quarant’anni di esperienza ed attualmente lavora presso il Centro Agricoltura Ambiente di Bologna.

Nanetti ha illustrato le azioni intraprese in Italia dal Ministero dell’Agricoltura e dal Ministero della Sanità per combattere l’Aethina tumida (conosciuto anche come coleottero degli alveari), un parassita molto pericoloso in grado di distruggere gli alveari come successo in passato in Calabria e in parte minore anche in Sicilia.

“L’eradicazione dell’Aethina non è riuscita e attualmente si trova nelle stesse zone in cui è arrivata originariamente. Riguarda la zona intorno al porto di Gioia Tauro e le provincie di Reggio Calabria e Vibo Valentia. Alcuni focolai individuati al di fuori di queste aree sono stati eliminati rapidamente”.

Nello specifico, il ricercatore ha descritto il progetto portato avanti dal Centro Agricoltura Ambiente con il Ministero dell’Agricoltura per “Individuare misure di contrasto dell’infestazione con l’obiettivo di prevenire una possibile diffusione in altre regioni italiane. Abbiamo lavorato sul confronto tra trappole da utilizzare a livello degli alveari per catturare l’Aethina con scopo di controllo e di diagnostico grazie a diverse prove su sostanze olfattive”.

L’incontro latinoamericano dell’apicoltura è stato accompagnato da altre diverse attività tra cui esposizioni fotografiche e audiovisive, degustazioni di miele e spettacoli relazionati con il settore. In base ai dati presentati dal Ministero dell’Allevamento, in Uruguay ci sono all’incirca 3.000 apicoltori che gestiscono 600.000 arnie (dove vivono le colonie di api domestiche).

L’85% della produzione nazionale viene esportata in più di 40 paesi mentre il restante 15% copre la quasi totalità del mercato interno. Ma in che stato versa oggi l’apicoltura nel paese?  Ruben Reira, presidente della  Sociedad Apícola Uruguaya ha raccontato una realtà sconfortante. Dopo l’arrivo delle api nel paese che risale al 1834, l’apicoltura uruguaiana ha vissuto a partire dal 1963 una forte crescita grazie all’esportazione di miele. Le cose sono iniziate a cambiare tra il 2006 e il 2007 e da allora la crisi si è solo intensificata.

Molteplici i problemi affrontati in questi anni: alta mortalità delle arnie, diminuzione della produzione di miele, incremento dei costi di produzione, caduta del prezzo internazionale del miele a partire dal 2015 per via del commercio sleale e infine un peggioramento della qualità del miele prodotto.

Sono diverse le cause segnalate a cominciare soprattutto dall’utilizzo di pesticidi, un caso che è stato ampiamente affrontato ma che non ha avuto ancora alcun miglioramento. Recentemente, tracce di glifosato sono state riscontrate all’interno del miele uruguaiano e per questo motivo ne è stata bloccata la vendita all’interno dell’Unione Europea in quanto sostanza proibita.

Per gli apicoltori uruguaiani è stato un colpo durissimo e ciò ha provocato danni per oltre 20 milioni di dollari secondo l’associazione di categoria. “La contaminazione del miele con pesticidi è un grosso problema per coloro che vogliono esportare all’interno dell’Unione Europea” ha sottolineato Antonio Nanetti che ha partecipato in diversi occasioni ad incontri del genere in Sud America. “Gli apicoltori sudamericani dovranno adattarsi come in passato lo hanno fatto gli italiani per rispettare le rigide normative imposte dall’Europa. Non ci sono altre vie, l’unica soluzione possibile per vendere il miele sarà quella di smettere di usare pesticidi”.

(di Matteo Forciniti)

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