foto tratta da El Pais

Nei giorni scorsi le spiagge di Montevideo sono state invase dai cianobatteri, delle pericolose sostanze di colore verde che galleggiano in acqua e arrivano fino alla sabbia. La situazione è stata particolarmente problematica tanto che le famigerate macchie verdi sono state avvistate anche più a est, nei dipartimenti di Canelones, Maldonado e Rocha. Si è trattato di un duro colpo d’immagine per un turismo costretto ad affrontare già altri problemi dovuti a un calo delle presenze rispetto allo scorso anno.

foto tratta da El Observador

Per quanto la loro presenza sia in diminuzione, attualmente restano ancora diverse spiagge della capitale interessate al fenomeno dei cianobatteri preoccupando seriamente la popolazione. Nelle ultime ore è scattato anche l’allarme sul consumo di pesce per via delle possibili contaminazioni subite e ciò potrebbe avere ulteriori conseguenze negative su un settore già di per sé in ginocchio. La Dinara (Dirección Nacional de Recursos Acuáticos) ha smentito categoricamente qualsiasi pericolo sulla salute umana per il consumo di pesce entrato in contatto con i cianobatteri basandosi sulle analisi a livello mondiale. In ogni caso, le autorità hanno promesso la massima attenzione e studieranno un’eventuale concentrazione di tossina nei tessuti dei prodotti ittici.

foto tratta da El Observador

Ma quali sono le motivazioni che hanno provocato l’aumento dei cianobatteri nelle acque uruguaiane generando continui allarmi? Le versioni ufficiali parlano di alte temperature ed eccesso di precipitazioni nella Cuenca del Plata, il bacino idrografico di oltre 6mila km² che l’Uruguay condivide con Argentina, Bolivia, Brasile e Paraguay. Insomma, si tratterebbe di acqua contaminata formatasi a nord e che scende attraverso i vari fiumi per poi sfociare nel Río della Plata.

Per quanto veri siano i fattori climatici che hanno caratterizzato un mese di gennaio abbastanza particolare con l’alternanza di caldo e pioggia, ci potrebbero essere altre ragioni meno conosciute alla luce di questo problema secondo diversi ricercatori e che chiamano in causa il mondo dell’agricoltura, storicamente uno dei settori più italiani in Uruguay.

Per Víctor Bacchetta dell’Observatorio del Agua en Uruguay, l’aumento dell’uso di pesticidi nell’agricoltura e nell’allevamento è una delle possibili cause dell’aumento della presenza di cianobatteri nelle acque del paese.

“Gli effluenti provenienti da città e industrie, oltre al drenaggio di fertilizzanti e pesticidi utilizzati in agricoltura, provocano l’aumento di fosforo e azoto nell’acqua e queste sono una delle cause della riproduzione delle alghe. Tutto ciò viene a sua volta stimolato dal calore e ancor maggiormente in luoghi dove l’acqua scorre meno” ha spiegato Bacchetta.

Il ricercatore ha poi ricordato un recente studio sull’aumento dell’eutrofizzazione, -ossia sull’eccesso di fosforo e azoto causato dai cianobatteri- che “è stato associato all’aumento delle importazioni di pesticidi per l’attività agricola e quella di allevamento”.

Un agricoltore al lavoro

Secondo Pablo Galeano, docente e ricercatore del dipartimento di bioscienze della Facoltà di Chimica dell’Università della Repubblica, per “risolvere questo problema bisogna fare un grande lavoro di analisi e cambiare il sistema di produzione rispettando l’ambiente ed escludendo l’uso di erbicidi. Tutto questo è difficile ma si può fare, basta guardare l’esperienza regionale e mondiale”.

Nel silenzio generale, la presenza dei pesticidi e in particolare del glifosato continua ad essere molto preoccupante in Uruguay. Pur costretti a usarlo in mancanza di alternative, gli agricoltori italiani della zona di Canelones individuano nelle piantagioni di soia e gli ogm, cresciute notevolmente negli ultimi anni per soddisfare la domanda internazionale, il cuore del problema.

Un problema ignorato che si sta facendo però sempre più grande e che adesso -secondo le nuove accuse dei ricercatori- sta seriamente danneggiando anche la meravigliosa costa uruguaiana che potrebbe esserne l’ultima vittima.

Matteo Forciniti

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