Uno degli aspetti che maggiormente rivelano l’essenza peggiore del sovranismo è l’opposizione alla concessione della cittadinanza secondo il principio dello ius soli. La risposta sprezzante ed odiosa (oltre che cattiva e che non ha fatto ridere proprio nessuno, salvo qualche troglodita plaudente alle battute del vice-premier leghista) è stata: si faccia eleggere deputato e avrà la cittadinanza. Si è detto molto sulla drammatica avventura dei bambini che hanno corso il rischio di morire nel pullman, sul loro coraggio e sul reciproco darsi coraggio. Ma c’è una cosa che ci ha colpito. Molti di quei bambini, anche negli attimi più terribili, parlavano con le mamme e tra di loro in italiano.

È la loro lingua, la lingua del suolo dove sono nati, la lingua dei giochi e dello studio, dei primi romanzi, ma anche delle passioni sportive e degli amori, come ha rivelato quel “ti amo” gridato da un ragazzo alla sua fidanzatina. Ora pare che anche la sinistra e in modo particolare il Pd – che pure aveva avuto la possibilità di approvare lo ius soli nella passata legislatura – voglia riprendere il tema della cittadinanza, ma lo fa ancora una volta con timidezza e confusione. E anche con una buona dose di faccia tosta, come quella dell’ex ministro Del Rio che sollecita Zingaretti a voler riprendere una legge che il Pd volle affossare per un mero calcolo elettorale. Lo ius soli non è qualcosa che scatta automaticamente quando un migrante posa il piede su una delle nostre spiagge, ma è legato a un intreccio di diritti e di doveri come a un qualsiasi altro cittadino: diritto alla cittadinanza, ma anche dovere di rispettare in un intreccio interculturale storia e tradizioni del paese dove si poggia il piede.

Ma in contrasto con le timidezze e i ripensamenti del maggior partito di opposizione, c’è, ancora una volta, la posizione estremamente chiara di molti vescovi: “chi nasce in Italia è italiano”. Non sappiamo come la vicenda di Rami - il piccolo eroe del pullman – andrà a finire. Con il suo candore e la sua ingenuità ha detto di sperare nella concessione della cittadinanza, ma non si è fermato a se stesso, perché ha aggiunto che bisognava concederla anche a tutti quelli che erano nella sua stessa condizione. Anche questa drammatica vicenda ha messo in chiaro l’ormai irrefrenabile lotta, fatta di colpi bassi e tentativi di conquistare voti e seguito. Siamo dinanzi al classico gioco dei due compari: Di Maio promette di impegnarsi per la cittadinanza al piccolo Rami e Salvini fa la battutaccia del fatti eleggere deputato e avrai la cittadinanza. Povero nostro paese: ci sarà mai la speranza di risalire dalla china e di liberarsi dalla miscela dannosa e velenosa di populismo e di sovranismo?

REDAZIONE CENTRALE

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