Il segretario pd Nicola Zingaretti (foto depositphotos)

Ritorna periodicamente, ormai da qualche anno, il tema dell’identità perduta della sinistra, in crisi di consensi e di capacità di leggere e capire le trasformazioni di ciò che da sempre aveva costituito la materia prima delle sue iniziative politiche: la classe operaia. Non si è trattato però soltanto di un ritardo colpevole nell’analisi delle radicali trasformazioni del classico rapporto tra lavoro salariato e capitale e, ancor più, della progressiva metamorfosi del vecchio capitalismo industriale in capitalismo finanziario veicolato dalla pervasiva espansione del monopolio digitale caduto nelle mani di pochi grandi business man.

Vi è qualcos’altro che bisogna aggiungere all’incapacità di porsi all’altezza delle trasformazioni del nuovo millennio ed è la quasi totale amnesia che ha colpito la sinistra italiana in particolare, che sembra aver dimenticato ciò che il collega Gad Lerner ha, con efficace quanto impietosa definizione, definito come "la fatica dei lavoratori". Già "la fatica", che non è più solo quella, ormai in via di estinzione, dell’operaio di fabbrica, ma anche e soprattutto la fatica dei nuovi lavori parcellizzati in una miriade di luoghi che mettono nell’angolo o comunque in posizione residuale la catena di montaggio.

Per rendersene conto basta gettare lo sguardo sui centri industriali specialmente al sud, diventati spesso o veri e propri cimiteri di capannoni e ciminiere o appetitose aree di edilizia residenziale. Il distacco della sinistra dal suo storico retroterra, la classe operaia e il mondo del lavoro, ha una lunga storia che è quella non solo italiana, ma anche e soprattutto quella generata dalla metamorfosi delle grandi socialdemocrazie europeeincapaci, come insegna la fallimentare parabola di Blair e di Schroeder, di tenere insieme la salvaguardia e l’incremento del potere d’acquisto del salario operaio e le riforme neoliberiste tutte proposte ed attuate a favore del grande capitale.

E purtroppo anche in Italia, fallita la grande e purtroppo breve stagione dell’Ulivo, si avviò una lunga parabola che a partire dal governo D’Alema attuò progressivamente la politica delle liberalizzazioni, cioè la destatalizzazione di comparti decisivi dell’economia italiana con la chiusura e il conseguenziale attacco all’occupazione specialmente nelle grandi imprese controllate dallo Stato. Il resto è stata una lunga storia che ha ridisegnato sempre più a svantaggio dei lavoratori il rapporto tra capitale e forza lavoro in termini di licenziamenti, flessibilità, contratti a termine e salari più bassi. Da allora il solco tra la sinistra cosiddetta democratica e il mondo del lavoro si è sempre più allargato sino all’emblematica affermazione del segretario del Pd che preferiva parlare con Marchionne piuttosto che con i sindacati rimasti all’età della pietra tanto da tentare di inserire il gettone telefonico nello smartphone.

La verità è che la sinistra perde e continuerà a perdere perché ha accolto o quanto meno non ha posto tra le sue priorità la contestazione di un luogo comune e cioè la tesi che ogni programma di lotta per attuare e rinnovare i contratti collettivi o per difendere e ampliare le norme sui licenziamenti costituisse – come ha affermato Landini – "un indebito impedimento al libero mercato", con la conseguenza di aver allargato a dismisura, specialmente per i giovani, la fascia del lavoro precario che sta dilagando ovunque: nei grandi supermercati, negli ospedali, nella scuola e nell’università, nei call center, nell’amministrazione pubblica. Insomma come afferma ancora Landini – ed è questo l’esito al quale è giunta la sinistra cosiddetta riformista sempre più esposta ai tracolli elettorali e all’esultanza fin troppo sopra le righe per un paio di punti percentuali guadagnati – "siamo tornati alle origini, ad una cultura per cui il lavoro è una merce da vendere e comprare, anche se di mezzo ci sono le vite delle persone".

Per questo la sinistra che vuole recuperare il suo ruolo – e le manifestazioni unitarie dei sindacati indette dopo anni di separazione possono contribuire a riproporlo – deve lottare per realizzare una nuova carta dei diritti del lavoro che poggi sull’idea dei diritti universali del lavoratore a prescindere dal luogo e dall’impresa. Ma significa anche rilanciare un forte e convinto impegno per l’ambiente che si ispiri all’idea di differenziare il modello di sviluppo che non può essere unico in ogni parte del mondo o sottoposto soltanto all’interesse del padrone, ma proceda in armonia con l’aria che respiriamo e l’acqua che beviamo.

ANONIMO NAPOLETANO

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