Anche se la Lega non dovesse sfiduciarlo, Giuseppe Conte ha già deciso: domani andrà comunque al Colle e si dimetterà. Il divorzio non consensuale - perché Matteo Salvini che ha aperto la crisi ora è colui che vuole far finta di niente - avviene attraverso un velenoso scambio di lettere, dal momento che il presidente del Consiglio e il vicepremier leghista non si parlano più. Così come, per adesso, sono chiusi i canali tra i vertici del Movimento 5 Stelle e della Lega. Piuttosto si sta registrando un primo cambio di passo nei contatti tra pentastellati ed esponenti di primo piano del Pd, che iniziano a negoziare nella consapevolezza comune di quanto la strada sia ancora in salita e che quindi tutto possa ancora succedere. Sta di fatto però che, fonti degne di questo nome, confermano che sono in corso contatti tra la segreteria di Nicola Zingaretti e lo staff di Luigi Di Maio.

Affinché qualcosa si concretizzi, occorre però voltare davvero pagina. Lo scambio di missive sullo sbarco di minori non accompagnati dalla Open Arms segna la rottura fra Conte e Salvini sul tema dell’immigrazione. Nella sua risposta Salvini marca nettamente la distanza dalla decisione del premier - definita "un pericoloso precedente" - e si spinge fino a sfidare "l’avvocato del popolo" sul piano giudirico. Alla fine però deve piegarsi al fatto che dopo l’evacuazione dei "presunti malati" sbarchino da Open Arms anche quelli che definisce "presunti minori". Parole infuocate in questa calda crisi di post ferragosto, quasi un testamento di un Governo in limite mortis, in vista del 20 agosto, giorno in cui il premier parlerà al Senato. È infatti qui, nella Camera alta, che il premier terrà un discorso durante il quale prenderà atto della crisi ormai conclamata.

Assicurano quelli attorno a lui che si toglierà parecchi sassolini dalle scarpe e pronuncerà parole durissime contro Salvini. L’obiettivo, evidentemente, è dare segnali indirizzati al Pd nel tentativo di lasciarsi aperta la possibilità di rimanere a Palazzo Chigi anche con un esecutivo M5sPd. Conte, in questi giorni a Roma, è al lavoro per calibrare ogni dettaglio. In pochissimi riescono a parlare con lui ma, secondo quanto trapela, il presidente del Consiglio già domani salirà al Colle per rimettere il mandato nelle mani del Capo dello Stato Sergio Mattarella. "Non importa ciò che farà la Lega. La fiducia non c’è più", riferiscono fonti vicine ai vertici pentastellati. Tanto basta per aprire la crisi. In sostanza, Matteo Salvini potrà anche non presentare una risoluzione contro il premier, quindi nei fatti Conte non sarà sfiduciato, ma come ha detto Luigi Di Maio "ormai la frittata è fatta". E il capogruppo Francesco D’Uva aggiunge: "Ora Salvini vuole rivoltarla. Ma non ce la farà".

Tuttavia se Conte non sarà sfiduciato, quindi se la Lega non voterà contro, ci sarà sempre uno spiraglio che potrà riaprirsi tra M5s e Lega. Dettaglio di non poco conto se si pensa a quanto sia delicata e complicata questa fase, in cui tutti i partiti stanno, sotto sotto, giocando su più tavoli. Tuttavia adesso il Movimento 5 Stelle ha bisogno di far sapere che con la Lega è stato chiuso ogni rapporto, così da aprire ufficialmente l’altro forno, quello con il Pd. Anche perché i dem non hanno alcuna intenzione di essere utilizzati per alzare il prezzo con Salvini. Non a caso è partito il fuoco di fila sul blog delle Stelle contro i ministri leghisti che "si dimettono sempre domani", perché "attaccati alla poltrona". Tutte le dichiarazioni vanno in questa direzione. C’è il presidente della prima commissione della Camera Giuseppe Brescia per il quale "nessuna ricucitura è possibile". Nicola Morra non ne vuole sapere già da tempo: "La Lega è traditrice".

Resta da capire quanto durerà questo mood. La fotografia del momento è questa, ma ai colpi di scena e alle giravolte improvvise il governo gialloverde è ormai esperto. Ciò che è certo è che oggi Di Maio incontrerà tutti i deputati e i senatori grillini in un’assemblea cruciale per le sorti non solo del governo ma soprattutto del Movimento 5 Stelle. Gran parte del gruppo parlamentare vuole essere coinvolto nella decisione, vuole avere un peso e vuole mettere per iscritto che serve un governo di legislatura, o di ampio respiro che dir si voglia, con il Pd. Il capo politico però ha la necessità di essere lui a gestire questo eventuale traghettamento dalla Lega al Pd. Attorno a lui però c’è chi vuole spazio, c’è chi ritiene che tutta l’attuale classe dirigente debba mettersi da parte perché responsabile del fallimento. Chi è stato emarginato nell’esperienza gialloverde, ora vuole emergere. Ed è evidente che il negoziato passa per le condizioni che potrà il Pd guidato da Nicola Zingaretti. "Profonda discontinuità, negli uomini e nei programmi", è la formula che trapela dal Nazareno. Ciò significa esclusione dal Governo di chi ha fatto parte dell’esperienza gialloverde e un’agenda che smonti i provvedimenti chiave a parte dal Decreto Sicurezza.

Ecco il punto: il "Governo del ribaltone" incrocia il ribaltone dentro M5S. È questo il vero dilemma nello stato maggiore pentastellato. La paura è che a Di Maio possano essere messe davanti condizioni indigeribili, ma le persone più vicine a lui sono convinte che gli spigoli possano essere smussati e la prova starebbe anche in questo inizio di negoziato con il Pd. Se è un’illusione lo si vedrà nei prossimi giorni. Ma a curare i rapporti con il Pd c’è anche quell’ala grillina che ha sempre contrastato le politiche di Matteo Salvini soprattutto in tema di immigrazione. Ed è per questo che un ruolo particolarmente attivo lo ha Roberto Fico, presidente della Camera, anima dei più ortodossi, in costante contatto con il capogruppo dem Graziano Delrio.

C’è poi il capitolo che riguarda il Contratto di Governo, per esempio "alla tedesca" come ha ipotizzato Delrio. Come si metteranno d’accordo Pd e M5s sul reddito di cittadinanza che per i grillini è intoccabile? E sul salario minimo le cui proposte sono diverse? Sugli immigrati, oggi, la prima vera apertura al Pd l’ha fatta Conte, che nei giorni scorsi è anche riuscito a incassare un mezzo plauso da parte di Zingaretti. Molto dipenderà dal discorso del premier in Aula e da come proseguiranno i negoziati appena iniziati nella consapevolezza che oltre ad essere difficile c’è anche poco tempo.

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