Tutti con il fiato sospeso, tutti con un nome e una domanda in testa, mentre la data fatidica si avvicina: cosa farà Vittorio Malacalza, l’imprenditore-costruttore-grande commerciante di acciaio, oggi finanziere, eccetera eccetera, primo azionista della Banca Carige, la "mamma" dei genovesi, la banca erede della prima, inventata dai genovesi nella storia millenaria? Cosa farà questo ottantenne leader, un po’ genovese, un po’ piacentino, uomo di successo e di carattere complicato, nato per fare impresa ed ora aggrovigliato nella partita più delicata che la Genova dei soldi, delle palanche sta affrontando dopo che lui ha versato in questa Carige, giunta forse al suo ultimo respiro, 450 milioni, diventando il primo azionista con il 27 per cento delle azioni, oggi stradecadute, quasi stracciate nel valore?

Il 20 settembre c’è l’assemblea dei soci, che è più di un d-day non solo per la Superba, nella quale deve essere approvato il piano di salvataggio, un rafforzamento da 900 milioni di euro, molto sgradito a Malacalza e alla sua famiglia, che conta i figli Davide e Matteo, perché, dopo avere salvato cinque anni fa Carige, oggi essi vedrebbero la propria quota diluirsi fino al 2% e nella migliore ipotesi al 5,1% . Dipende se non parteciperanno all’aumento di capitale o se, invece, ci saranno nel giorno fatidico, sborsando altri 23,3 milioni. Il piano è essenziale per la sopravvivenza della storica banca. Lo ha sottoscritto la Bce, sotto il cui regime Carige è stata commissariata, trasformando i suoi vertici, Pietro Modiano, presidente e Fabio Innocenzi, amministratore delegato, più Giorgio Lener, in commissari di questa sconvolgente emergenza che sta facendo tremare non solo la città.

"Se il piano non verrà approvato, temo il dissolvimento, la liquidazione della banca "- ha annunciato nel consueto vertice finanziario di Cernobbio, Gian Maria Gros Pietro, presidente di Intesa San Paolo. – "Mi auguro che passi, perchè altrimenti l’unica soluzione è la perdita totale degli investimenti fatti dai sottoscrittori e un conseguente problema di collasso dell’intero istituto ligure: "Se Gros Pietro ha parlato in questi termini, a dieci giorni dall’appuntamento fatale, vuole dire che il sistema bancario che aveva steso sulla Carige una articolata rete di protezione, attraverso il Fondo Interbancario, che aveva messo a disposizione 630 milioni di euro per la ricapitalizzazione, vuol dire che l’allarme suona forte di fronte a una crisi che riguarda un istituto oramai di dimensioni medio piccole, ma che comporterebbe un buco, un costo, di 9 miliardi di euro circa. Se visto dall’esterno il caso Carige è una ennesima crisi bancaria italiana, dopo la Toscana e il Veneto, visto dal cuore di Genova è una temuta "fine del mondo": praticamente, in caso di soluzione negativa, è come se crollasse un altro ponte, dopo quello Morandi nel cuore della città, il ponte che ha sempre legato la banca ai cittadini, agli abitanti, alle imprese, all’humus di una città dove una delle definizioni più correnti in secula seculorum è "genuensis ergo mercator".

I genovesi sono mercanti, nella storia, forse meno, molto meno oggi, hanno saputo maneggiare moneta come nessuno. Cosa succede se crolla la loro banca per definizione? E allora tutti sono aggrappati ai Malacalza, alla loro decisione, maturata in una estate di fuoco, di tormenti e discussioni. La famiglia può decidere di non andare in assemblea, perdere quel che c’è da perdere e la città sperare che almeno il 20 per cento degli azionisti sottoscriva il piano. Il 20 per cento basterebbe. Tra questi azionisti favorevoli a firmare ci sono personaggi come Gabriele Volpi, il tycoon delle infrastrutture nigeriane e padrone della Pro Recco, 9 per cento di azioni, Raffaele Mincione, finanziere d’assalto, il 7 per cento, Aldo Spinelli, noto terminalista e super autotrasportatore, ex presidente del Genoa, 1 per cento, la Sga del Tesoro, l’1,2 per cento, più le quote retail, più la tumultuosa ma rea dei piccoli azionisti. Ma se questa quota non fosse raggiunta, con i Malacalza fuori o se i Malacalza partecipassero e votassero no? Nel caso di assenza della big family con quel 20 per cento raggiunto la banca sarebbe salva. Nell’altra ipotesi andrebbe a fondo. Se i Malacalza partecipassero e votassero sì, accettando di scendere perentoriamente dal 27 al 2 ( o al 5,1) ancora la banca sarebbe in salvo e questi imprenditori avrebbero compiuto l’ennesimo sacrificio.

In questo clima l’attesa è quasi snervante e la città è come rattrappita. All’assemblea generale convocata in un albergo vicino all’aereoporto sono attesi 3.000 partecipanti, che stanno staccando il biglietto e sono tanti al punto che si sta studiando di trasferire la sede dell’incontro altrove, forse nei padiglioni della Fiera del Mare, l’unico posto dove si può ospitare una folla da stadio. Nell’ultima assemblea tenuta per la Carige, quella drammatica del dicembre scorso, nella quale i Malacalza votarono no alla manovra di salvataggio, i partecipanti erano 200. Non giungono voci rassicuranti sulla decisione della famiglia che ha salvato Carige, iniettando in tappe successive quei 430 milioni di euro. E questo allarma tutto il parterre, non solo quello bancario italiano, ma Genova nei suoi gangli vitali. Il silenzio ufficiale e ufficioso che arriva dai Malacalza sollecita appelli e interventi di politici e sindacati.

Intervengono il presidente della Regione Giovanni Toti e il sindaco Marco Bucci, che sollecitano i piccoli a partecipare e tutti a fare uno sforzo. Intervengono CGIL,CISL, UIL. Preoccupatissimi per il destino della banca, del territorio genovese e sopratutto dei 3500 dipendenti Carige, oggi appesi a un filo sempre più sottile, dopo anni e anni di ridimensionamenti, trasformazioni, prepensionamenti, cambi di vertici in un valzer dei vertici che non si ferma da quando è caduto sei anni fa rovinosamente il vecchio padre-padrone della banca, Giovanni Alberto Berneschi, l’ex presidente amministratore delegato, "fucilato" dalla Banca d’Italia, poi dalle inchieste della magistrature, che sono già arrivate a condannarlo, in uno dei processi già giunto all’appello, a oltre otto anni di carcere. "Già che c’erano potevano darmi l’ergastolo", aveva commentato questo personaggio, angelo e diavolo della banca, ex impiegato diventato il re non solo della banca, ma anche della città e della regione, vice presidente Abi, caduto tanto rovinosamente da trascinarsi dietro quella che ai suoi tempi era la sesta banca italiana per patrimonializzazione. Non è bastata una sfilata di illustri economisti e grandi commis di Stato, come perfino Giuseppe Tesauro, anche ex giudice costituzionale, principi di sangue blu come Cesare Castelbarco Albani, svelti manager come Paolo Fiorentino, "teste d’uovo" dell’economia di fama mondiale come Lucrezia Reichlin, Francesca Balzani e altri a rendere solido il salvataggio della banca dei genovesi.

Per sei anni, dal 2013, la banca che ha ereditato storicamente la cassaforte del primo istituto di credito, fondato nel secolo XVI dai genovesi, è rotolata su un pendio scivoloso fino al baratro di oggi. Malacalza ci ha provato con i suoi capitali, insieme con la disperata fedeltà dei piccoli azionisti, che non hanno mai mollato, anche quando il valore dei loro patrimoni residuali si polverizzava nelle mani, mese dopo mese, con una velocità spaventosa. La banca che era come una parente dei genovesi, la porta dove bussare per chiedere il mutuo della casa o il finanziamento per aprire un negozietto, e poi più in grande, fino a generare sospetti, e inchieste, l’ufficio dove farsi finanziare la costruzione di meganavi o l’apertura di una azienda importante o dove trovare il carburante di grandi operazioni immobiliari. Ora è lì, appesa a un si, a un no, a una presenza o a una assenza, in una assemblea che sembra oramai qualcosa di più storico, dove si farà in parte il destino di una città già ferita gravemente un anno fa dalla caduta del ponte Morandi. Quale grande responsabilità per i Malacalza, venuti da Piacenza, meglio da Bobbio, che è un nobile paesino, una volta parte della Diocesi genovese e che la propria potenza economica, la voglia di "fare impresa" del suo leader, hanno portato a caricarsi sulle spalle la banca, che Bce aveva messo nel mirino!

Forse non c’è stato nel recente passato nessuno, singolo, famiglia, gruppo, partito, che ha avuto tanto peso di responsabilità, dopo avere avuto in qualche misura anche tanto coraggio nello sfidare le fauci del drago della finanza in una città-capitale dei soldi, delle palanche, dove la capacità di accumulo dei soldi, dei capitali ha sempre almeno pareggiato con quella di investirli, di rischiarli, soprattutto lanciandosi in grandi imprese, sopratutto nei mari, con le navi, con le flotte. Un destino che ora ha girato verso il "nero", verso il buio delle tempeste che in mare nascono improvvise e caricano di nuvole cupe l’orizzonte. Ora è questo il cielo della Superba. con un ponte nuovo scintillante di nuovi metalli, che sta sorgendo sopra le macerie di quello vecchio e con questo orizzonte di paura, di timore che si avvicina velocemente. Forse ha ragione un fine osservatore della città, Vittorio Coletti, docente di Italiano all’Università e accademico della Crusca, che ha scritto su "Repubblica": "Comunque finisca, Banca Carige può essere assunta a simbolo di una certa Liguria, oramai (si spera), in via di estinzione con i suoi vizi e le sue virtù: laboriosa e risparmiatrice, ma scontenta e litigiosa, coraggiosa, ma diffidente, superba del proprio passato, ma incapace di vedere la propria debolezza presente: questa Liguria continua pateticamente a credere o illudersi di sapere fare meglio degli altri, se la lasciassero fare…".

Chissà se questa Liguria, questa Genova, sono veramente in estinzione. Certo nessuno aveva sotto la Lanterna ancora assistitito alle scene di oggi, la corsa di impiegati e pensionati a ritirare i conti correnti, le riunioni di vertici aziendali, in aziende e società finanziarie, che dirottano i propri fondi dalle casseforti esangui della Carige. Gli appelli a dialogare e il conto alla rovescia che va avanti sotto quelle nuvole nere.

Franco Manzitti

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