Inondazioni, tempeste, incendi, siccità potrebbero costringere duecento milioni di persone ogni anno a dover far affidamento agli aiuti umanitari per sopravvivere, se non verranno prese contromisure adeguate: è la stima elaborata dalla Federazione internazionale della Croce rossa e della Mezzaluna rossa (Ifrc) in un rapporto diffuso a New York. L’Ifrc ha scelto la cornice dei vertici Onu sul clima, in corso in questi giorni, per lanciare l’appello a intensificare gli sforzi contro il surriscaldamento globale. Oggi sono 108 milioni i diseredati del climate change: sono i più poveri - con redditi inferiori a 10 dollari al giorno - tra i 206 milioni di persone che ogni anno vengono colpite da catastrofi naturali. Entro il 2030, potrebbero aumentare del 66% e quasi raddoppiare (+85%) entro il 2050. Parallelamente, salirebbe anche lo sforzo finanziario necessario per fornire assistenza: nello scenario peggiore, si arriverebbe a 20 miliardi di dollari l’anno entro il 2030.

Secondo il presidente dell’Ifrc, Francesco Rocca, «questi risultati confermano l’impatto che il cambiamento climatico ha e avrà sulle popolazioni più vulnerabili del pianeta. Ed evidenzia lo sforzo che i disastri ad esso legati impone sulle agenzie umanitarie e sui donatori internazionali». Il report, aggiunge Rocca, mostra però anche che «è possibile fare qualcosa», a patto di «agire subito», con investimenti in misure in grado di mitigare gli effetti dei disastri del surriscaldamento globale e di promuovere uno sviluppo più inclusivo: questo potrebbe permettere di ridurre a 68 milioni le persone che contano sugli aiuti umanitari entro il 2030. E addirittura a 10 milioni entro il 2050. Il report dell’Ifrc va nella stessa direzione di altri studi di organismi internazionali, come quello appena pubblicato dalla Global Commission on Adaptation (Gca), l’organismo guidato dall’ex segretario generale Onu, Ban Ki-moon, Bill Gates e dal candidato europeo alla guida dell’Fmi, Kristalina Georgieva.

Secondo questo studio, entro il 2050, il climate change potrebbe arrivare a ridurre del 30% il raccolto in tutto il mondo. Nello stesso periodo di tempo, la domanda di cibo è però destinata a aumentare del 50%. Nei prossimi 10 anni, il cambiamento climatico potrebbe spingere sotto la soglia della povertà 100 milioni di abitanti dei Paesi in via di sviluppo. Sempre secondo la Gca, entro il 2050, il numero di persone che non avranno un accesso sufficiente all’acqua salirà dai 3,6 miliardi attuali a 5 miliardi, mentre l’innalzamento del livello dei mari e gli uragani (sempre più violenti) genereranno un costo di mille miliardi di dollari l’anno a carico delle aree costiere urbane. Il report della Global Commission on Adaptation sostiene anche che gli investimenti in misure in grado di mitigare gli effetti del cambiamento climatico possono generare un ritorno sul capitale che va dal 100 al 1.000 per cento: in media, 1.800 miliardi di dollari spesi in cinque aree di intervento (sistemi di allerta, infrastrutture, produzione agricola, risorse idriche e difesa delle mangrovie - una barriera naturale contro le inondazioni) potrebbero garantire benefici netti per 7.100 miliardi.

Il primo investimento, sottolinea il rapporto, sono le «perdite evitate». I sistemi di allerta, oltre a salvare vite, possono permettere di ridurre del 30% i danni economici causati da una tempesta, con un preavviso di appena 24 ore. Spendere 800 milioni di dollari in questi sistemi nei Paesi in via di sviluppo permetterebbe di risparmiare dai 3 a i 16 miliardi all’anno. Analogamente, costruire infrastrutture a prova di mal tempo può farne salire i costi del 3%, ma garantirebbe benefici del 400%. Le foreste di mangrovie assicurano 80 miliardi di dollari l’anno di costi evitati, grazie alla loro capacità di fare da barriera contro le inondazioni. A queste somme si sommano 40-50 miliardi di dollari in benefici non commerciabili, legati a pesca, forestazione e ricreazione.

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