Giuseppe Conte (Depositphotos)

La spy story in cui è coinvolto il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte obbliga a qualche riflessione. I fatti, non smentiti, resi noti da "The New York Times" riguardano le incursioni estive a Roma del ministro della Giustizia degli Usa e Attorney general, William Barr, accompagnato dal procuratore John H. Durham per incontrare i dirigenti dei Servizi segreti italiani.

Le visite sarebbero state due: la prima in pieno ferragosto, la seconda in settembre. La prima volta Barr avrebbe visto il capo del Dis, Gennaro Vecchione; al secondo briefing avrebbero partecipato anche il capo dell’Aise Luciano Carta e quello dell’Aisi Mario Parente. In pratica, tutta la nostra Intelligence. Scopo dei meeting l’acquisizione da parte americana d’informazioni sul presunto complotto messo in piedi contro il Presidente Donald Trump, noto come "Russiagate".

Riflettori puntati su un’oscura figura che si muove nell’area grigia dello spionaggio: il professore maltese Joseph Mifsud. Docente alla Link Campus University di Roma, sarebbe lui la gola profonda che ha spifferato al trumpiano Georges Papadopoulos del presunto complotto. Mifsud da un po’ di tempo è introvabile e William Barr vuole sapere dagli italiani che fine abbia fatto, visto che aveva chiesto protezione al governo di Roma. La sua testimonianza serve agli uomini vicini a "The Donald" a corroborare gli elementi che hanno in mano e che condurrebbero a un coinvolgimento di esponenti politici statunitensi nella fabbricazione del dossier per defenestrare Trump.

I contatti tra un’autorità politica straniera e la struttura tecnica dell’apparato di sicurezza italiano sono avvenuti aggirando tutti i vincoli protocollari che disciplinano la complicatissima materia. Se vi è stata violazione delle regole la responsabilità non può che essere del Capo di governo, titolare della guida del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis). Ora, posto che in nessun caso un funzionario dei Servizi italiani avrebbe preso l’iniziativa d’interloquire direttamente con un’autorità politica di uno Stato estero, benché amico, è di tutta evidenza che l’autorizzazione agli incontri l’abbia data il premier in persona.

Il guaio è che se non ne avesse parlato la stampa statunitense nessuno in Italia ne avrebbe saputo nulla. Neppure gli odierni sodali di governo, né quelli del precedente Esecutivo. Che, per uno che si dichiara campione di trasparenza è una bella contraddizione. Il premier avrebbe dovuto chiedere una convocazione ad horas del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), al quale in tornata secretata avrebbe dovuto relazionare sugli avvenimenti in corso. Non l’ha fatto. E questo autorizza chiunque a pensar male di lui e delle sue intenzioni. Anche perché nei giorni delle incursioni romane del big dell’Amministrazione americana, si assisteva ad un’insolita attività di sponsorizzazione da parte di facce famose del mondo della politica e degli affari globali per un bizzarro "Conte for president".

Si badi, nessun endorsement per i partiti, Cinque Stelle o Partito Democratico, ma un Affidavit personale alla persona Giuseppe Conte. Financo Donald Trump si è prodotto in un’uscita surreale: chiedere la riconferma a premier dell’amico "Giuseppi" a prescindere dal fatto che il Governo che si andava costituendo avesse un chiaro segno anti-trumpiano e che fosse dichiaratamente subordinato all’asse franco-germanico in proiezione iper-europeista. Questi i fatti. Poi ci sono i sospetti che generano legittime domande.

Cosa ha promesso Conte al presidente Trump? L’aiuto nella ricerca d’informazioni si sarebbe limitato al presunto complotto del "Russiagate" o si sarebbe esteso all’intero periodo d’interazione tra la presidenza Obama e i governi italiani che si sono succeduti in quel periodo? E nelle indagini sarebbero rientrate anche le attività diplomatiche dell’allora Capo del Dipartimento di Stato Usa, Hillary Clinton? E i nostri 007, hanno collaborato fornendo le informazioni richieste o sono stati indotti a farsi parte diligente nella ricerca? E se sì, da chi? Dall’attività investigativa autorizzata, il premier Conte ha tratto vantaggio ricevendo notizie sul ruolo svolto dai governanti italiani all’epoca della presunta fabbricazione del dossier "Russiagate"?

In particolare, Conte si è procurato prove che inguaiano Matteo Renzi? Quest’ultima domanda non è pellegrina vista la reazione sopra le righe del senatore di Scandicci che si mostra nervoso e promette querele a raffica a chi lo vorrebbe accostare al fattaccio da spioni. In realtà, la mucca nel corridoio del renzismo sarebbe l’accusa di George Papadopoulos, spin doctor della campagna 2016 di Trump, per il quale l’ex-premier sarebbe stato usato da Obama per colpire il candidato repubblicano prossimo alla vittoria. Certo è che il leader di "Italia Viva" è passato al contrattacco. L’invito rivolto a Conte di andare rapidamente a riferire al Copasir, accompagnato dal "consiglio" di rimettere ad altri la delega sui Servizi Segreti somiglia a quel tipo di richieste che... non si possono rifiutare. Ma non è Renzi il primo problema di Conte il trasparente.

All’orizzonte si staglia la sagoma minacciosa dell’altro Matteo. Il leader leghista sta tessendo la sua tela, si mostra zen ma cova vendetta. Ha un conto aperto con l’attuale premier che non vede l’ora di regolare. L’occasione potrebbe venirgli dallo sblocco del negoziato sul passaggio della presidenza del Copasir a un esponente della Lega. Per prassi consolidata la guida dell’organo di garanzia che vigila sui Servizi segreti è affidato a un rappresentante delle opposizioni parlamentari. Dal momento ché c’è stato un cambio di maggioranza e il presidente della Commissione, il "dem" Lorenzo Guerini, ha lasciato l’incarico per assumere quello di ministro della Difesa, la Lega reclama che si rispettino gli equilibri istituzionali. Capirete bene che un leghista presidente del Copasir, che ha accesso agli atti riservati e ha facoltà di sentire il presidente del Consiglio e porgli delle domande alle quali il premier è tenuto a rispondere, sarebbe un incubo per Conte.

Non vi è dubbio che il premier, pur di restare a Palazzo Chigi si sia eccessivamente esposto con le promesse e adesso rischia grosso. Già, perché la maggioranza giallo-fucsia, ancorché raccogliticcia, si è data l’imperativo categorico di restare al comando fino alla fine della legislatura. Ma non sta scritto da nessuna parte che debba andare avanti con lo stesso Presidente del Consiglio. Conte ha legato il suo futuro politico alla vicenda personale di Donald Trump e ciò potrebbe trascinarlo a fondo. Anche i grillini che un mese fa lo hanno osannato, controvoglia, come leader e salvatore del Movimento potrebbero scaricarlo.

D’altro canto, le troppe cambiali in bianco firmate da Conte all’inquilino della Casa Bianca per averne l’appoggio, per i pentastellati sono diventate un peso eccessivo da sopportare. Si veda, ultima, la questione dell’acquisto degli F-35 che il premier ha garantito al Segretario di Stato Mike Pompeo nel corso della sua recente visita a Roma e che ha mandato su tutte le furie i "pacifisti" Cinque Stelle. Matteo Renzi e Luigi Di Maio si parlano. E Conte non sta per niente sereno. La tattica guerrigliera del leader di "Italia viva" punta a tenere il Governo sulla graticola ma non a farlo cadere. E se nei progetti del nuovo duo Renzi-Di Maio vi fosse pronto un ticket per un rimpasto primaverile? Se così fosse il premier sarebbe già spacciato. Caro presidente Conte, le anticipiamo i saluti d’addio confessandole che non è stato affatto un piacere aver fatto la sua conoscenza. Né prima, né dopo.

CRISTOFARO SOLA

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