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Si fa gran parlare tra politici e commentatori su quale sarà la sorte del governo presieduto da Giuseppe Conte: i sondaggi (sempre loro!) rivelano che l'attuale esecutivo, basato sull'alleanza tra Pd e cinquestelle e condizionato dagli umori di Matteo Renzi, non è destinato a lunga vita. Ma c'è una data precisa che rivelerà alla pubblica opinione se il presidente del Consiglio potrà restare per il momento in carica (per quanto tempo non è possibile prevedere) o dovrà gettare la spugna. Questa data è quella del 27 gennaio del prossimo anno, il giorno in cui i cittadini dell'Emilia Romagna saranno chiamati al voto per eleggere la nuova assemblea regionale. È chiaro, infatti, che in queste elezioni - specialmente dopo che in ottobre, in Umbria, il centrodestra ha sbaragliato il campo realizzando uno storico sorpasso - la dimensione localistica è destinata a venir meno assumendo una ben maggiore importanza.

La seconda vittoria consecutiva di Salvini e soci (ma è in Salvini che, ormai, il centrodestra si identifica) in una zona considerata tradizionalmente "rossa", non potrebbe che essere testimonianza ineludibile del rigetto, da parte dell'elettorato dell'alleanza Pd, Cinquestelle e Renzi e sia Conte, sia lo stesso Capo dello Stato non potrebbero non prenderne atto e trarne le conseguenze. È lecito a questo punto chiedersi se gli alleati di governo siano consapevoli di ciò che comporterebbe per loro una sconfitta in Emilia Romagna. Ad osservare il loro comportamento non sembra. Luigi Di Maio, leader dei cinquestelle, recentemente autoproclamatosi "statista", ha più volte ribadito che, sulla scorta della disastrosa esperienza umbra, non è assolutamente disposto a rinnovare, in Emilia Romagna, l'alleanza con i democratici.

È vero: questa alleanza non piace né agli elettori pentastellati, né a quelli "dem". Ma Di Maio è consapevole che, presentandosi al giudizio degli elettori in ordine sparso, gli avversari di Salvini sono condannati alla sconfitta? Sembra ripetersi l'avvertimento dell'antica proverbio che fu caro a Ovidio: non posso vivere né con te, né senza di te. Alleandosi con i democratici, i cinquestelle, probabilmente, perdono consensi, ma da soli non hanno davvero alcuna speranza di sopravvivere. Analoga è la situazione nella quale si trova il partito di Zingaretti. Né può illudersi di confermare lo "splendido isolamento" Matteo Renzi poiché è del tutto illusorio pensare di sottrarsi in questo modo alla sconfitta.

Così, per cercare di evitare che il prossimo 27 gennaio, in Emilia Romagna, il centrodestra ripeta il successo ottenuto nelle ultime "regionali", Pd, Cinquestelle e Italia viva sono condannati a una convivenza certamente non facile, ma assolutamente inevitabile. Lo impone la cosiddetta "realpolitik", vale a dire, secondo la neutrale definizione della Treccani, "una prassi politica fondata sugli interessi e non sui sentimenti o le ideologie". Sia ben chiaro: non sappiamo se, per evitare che l'esecutivo guidato da Conte vada a carte quarantotto, sia di per sé sufficiente che il centrodestra non esca vittorioso anche in Emilia Romagna.

Sappiamo, però, che se Salvini e il suo seguito (Fratelli d'Italia e Forza Italia) dovessero avere un nuovo successo, il 27 gennaio del 2020 porrebbero con ogni probabilità fine ad un'esperienza di governo che è stata - occorre obiettivamente riconoscerlo - tutt'altro che esaltante, ma senza la quale saremmo in campagna elettorale per preparare al leader della Lega il trono sul quale prender posto.

OTTORINO GURGO

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