Improvvisamente ci scopriamo quelli che forse siamo sempre stati: intolleranti, portati all’insulto, un tantino razzisti. Diciamo pure che scopriamo il difetto attraverso lo sport. Indubbiamente derivato del calcio dei maschi, imperante negli stadi italiani di serie A e serie B. Episodi, manifestazioni di puro razzismo? Forse no, però. Maxime Mbanda, 27 anni, giocatore di rugby delle Zebre Parma e della nazionale italiana, denuncia di essere vittima di episodi di razzismo, "Io insultato a Milano". Padre ugandese, nato e cresciuto in Italia, ha raccontato di un’aggressione condita con insulti in strada a Milano. "Sentirsi dire da cittadino italiano e mulatto quale sono "va, negro di merda, tornatene al tuo paese", mi ha letteralmente ferito, deluso, danneggiato moralmente, e mi ha fatto riflettere tutta notte. Erano anni che non mi succedeva". Un fatto grave, molto grave. Ma come reagire? Quale può essere la risposta logica e razionale allo sfogo con tanto di denuncia di Enioka Aluko? La calciatrice nigeriana di origine naturalizzata inglese, 32 anni, attaccante in forza alla Juventus. Ma ora non più, torna in Inghilterra, basta calcio, farà l’avvocato. I motivi dell’addio all’Italia sintetizzati in una dichiarazione ferma. "Stufa di essere trattata da diversa". La denuncia di Aluko riempie le pagine dei quotidiani italiani non sportivi, in queste ore. Solleva clamore e indignazione, e ci fa pensare. La calciatrice prossima avvocato mostra le terga a Torino, volta le spalle alla città della Juve e del Toro, del Valentino e del Museo Egizio. Il Po, la Mole Antonelliana, e Venaria Reale, la Reggia, e quant’altro. E il calcio della Juventus al femminile campione d’Italia. Il disagio personale di Eniola Aluko denunciato sul Guardian, togato giornale inglese. Incredula, sorpresa, amareggiata, il sindaco di Torino, Chiara Appendino. "Noi torinesi non eravamo così, colpa dei discorsi d’odio che attraversano l’Italia da un capo all’altro", chiosa sull’addio della calciatrice nigeriana-inglese lo scrittore Fabio Geda, torinese Doc. "Quello che ha detto Aluko non mi sorprende, basta ascoltare i messaggi della politica che non crea una vera cultura dell’accoglienza". Siamo messi male, proprio male. Enioka se ne va, addio Juventus, addio Torino, non gioca più. Sorprese le compagne di squadra, non se l’aspettavano. Prese in contropiede da questa storia di disagio a sfondo razziale, la sofferenza spiegata con uno scritto sul Guardian. Enioka Aluko racconta di essere stufa di sentirsi come Pablo Escobar a ogni controllo in aeroporto e di essere guardata come una ladra, con qualcosa di rubato nello zainetto, in ogni negozio. "Una ragazza dalla pelle scura non può sentirsi trattata come una diversa". Commenta il sindaco Chiara Appendino. "Torino non è così, è una città aperta, anche se parole di Akulo pesano come macigni". Purtroppo è così, in italia negli ultimi tempi qualcosa è cambiato in peggio. "Ma noi non dobbiamo però rassegnarci". Lei, Enioka detta Eni, non giocherà più. E per sempre. Insegue ora nuove sfide, farà l’avvocato, è confermato. Diciassette gol segnati nella stagione passata, quella dello scudetto, della Coppa Italia e della Supercoppa, soltanto una volta a segno in questo campionato. Ma in campo nessun problema, proprio nessuno. Fuori sì, non pochi. "A volte Torino mi sembra indietro di qualche decennio". Quella volta al supermercato, l’episodio dello zainetto. Mostrò il logo della Juve, io gioco in questa squadra, e le chiesero scusa. Scuse che lei non accettò. Pubblicò l’episodio sul suo blog. Vice campionessa europea con la nazionale inglese e medaglia di bronzo ai mondiali, fece licenziare l’allenatore Mark Sampson, accusato di razzismo. E passò guai seri anche l’allenatore dei portieri, Lee Kendall, che si rivolse a lei marcando e scimmiottando il dialetto africano, per prenderla in giro. Aluko lo ha accusato in pubblico. Accuse di sessismo per l’allenatore dei portieri, l’ex calciatore Andy Townsend, che l’aveva chiamata "love". Lei, Enioka Aluko, è così. Attaccante anche nella vita, si difende contrattaccando. Durante un colloquio orientativo di lavoro, una persona le disse: "Lei vorrebbe fare l’avvocato, e perché non l’infermiera?". Se all’epoca lei fosse stata già una calciatrice affermata, anche quel tale non l’avrebbe passata liscia. In Italia delle vergogne calcistiche anche quest’anno si è perso il conto. Balotelli, Lukaku, e due presidenti, Lotito e Cellino. Le parole di Enioka ci toccano e ci accusano: non siamo ancora una società evoluta. Ci indicano dove e come sbagliamo. Per offendere, non è necessario fare il gesto della scimmia. E sapete come Enika ha salutato le compagne, dopo aver condiviso con loro la sua ultima partita italiana a Vercelli contro la Fiorentina? Con la frase simbolo della Juve, "fino alla fine". Al netto di questa, evidentemente bruttissima.

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