Palazzo Chigi, Roma (depositphotos)

Avvicinandosi la data del referendum confermativo fissata al 29 marzo una tempesta di idee e sensazioni ci assale e assale chi come me considera il sistema della democrazia parlamentare costituzionale rappresentativa sotto assedio e sotto scacco ad opera di una oligarchia poco rispettosa del principio di separazione dei poteri, argine e garanzia democratica contro abusi e derive illiberali posto dai padri costituenti usciti dalla durissima esperienza della seconda guerra mondiale e dei regimi nazifascisti. Tutti dicono a ragione secondo una sondaggistica forse addomesticata e comunque raccogliendo un moto di indifferenza quando non anche di insofferenza per le caste in cui si identificano i parlamentari, che l’esito sarà scontato e che il sì prevarrà con larghezza. In realtà sono molto dubbioso sulle possibilità in concreto di una vittoria del no nel referendum sul taglio dei parlamentari. Una impresa disperata resa tale dalla pessima prova che ha dato il ceto partititico personale e oligarchico degradandone progressivamente e temo irrimediabilmente ruolo e funzione del Parlamento, da tempo sempre meno centrale e sempre più lontano dalla Costituzione cartacea, che aveva concepito una forma parlamentare devastata da piccoli oligarchi partitocrati. Detto in altre parole, il 29 marzo nell’immaginario di chi voterà, non si va a votare per scegliere la Repubblica di Platone o di Cicerone in luogo di un sistema che andrebbe rigenerato alla radice. Ma in concreto e se nulla cambia come pare poco probabile se non consentire al partitino del personaggetto di turno di piazzare qualcuno, possibilmente se stesso, su qualche seggiola. Dubito che ci sia un movimento reale di persone che sappiano cosa sarebbe e perché dovrebbe esserci una seria democrazia parlamentare rappresentativa da troppo tempo scomparsa. Troppo tempo è stato perduto. Ma è questa l’ora della responsabilità: significa cercare di invertire la tendenza di una dilagante demagogia e nel contempo contribuire a cercare di rigenerare la nostra democrazia. Se il taglio passerà non si tratterebbe solo di una riduzione del numero dei parlamentari ma di un ulteriore affossamento del sistema parlamentare. Bastino in proposito alcune considerazioni sine ira ac studio. Tagliare il numero dei parlamentari riducendoli a 400 per la Camera dei Deputati e 200 per il Senato della Repubblica non è solo una questione di numeri o di costi. Nella specie meno di un cappuccino all’anno per persona, qualcosa di impalpabile. Con ciò viene correttamente valutato l’argomento qualunquistico e demagogico sbandierato dagli autori della riforma. È viceversa una riforma sostanziale che incide sulle modalità di organizzazione della rappresentanza attraverso cui si esprime e si realizza il principio di sovranità popolare. La riforma sottoposta a referendum riguarda le forme e i limiti attraverso i quali si esercita la sovranità ma anche il principio di uguaglianza del voto sul territorio della Repubblica. Nel 1948, i Costituenti stabilirono che il numero dei parlamentari fosse proporzionato alla popolazione. La formulazione originaria degli artt. 56 e 57 prevedeva un deputato ogni 80.000 abitanti e un senatore ogni 200.000. Ciò ha fatto sì che il numero dei deputati e dei senatori variasse in ragione dell’incremento della popolazione (nella prima legislatura i deputati furono 572, nella seconda 590, nella terza 596). Con la riforma costituzionale del 1963 (L. 9/2/1963 n. 2) il numero dei Deputati fu fissato definitivamente in 630 e quello dei senatori elettivi in 315. In tal modo fu leggermente modificata la proporzione fra elettori ed eletti fissata nel 1948. Poiché la popolazione italiana ha ora superato i 60 milioni, attualmente il rapporto è di un deputato ogni 96.006 cittadini e di un senatore ogni 188.424. Con il taglio dei parlamentari il rapporto passerebbe ad un deputato ogni 151.210 cittadini ed un senatore ogni 302.420 (per la Camera si tratta della percentuale più bassa in Europa, 0,7 ogni 100.000 abitanti). La riforma comporterà la riduzione del 36,5% del corpo dei rappresentanti del popolo italiano. Gli effetti negativi sulla capacità degli eletti di rappresentare le domande politiche, i bisogni, aspirazioni e culture presenti nel popolo italiano si sentiranno soprattutto al Senato dove rimane in vigore il principio di elezione dei senatori su base regionale. Basti pensare che 9 regioni (escludendo Molise e Valle d’Aosta) eleggono fra i 3 e 5 senatori. Ci sarà una soglia implicita di sbarramento altissima, qualunque sia la legge elettorale e milioni di cittadini perderanno la possibilità di avere dei rappresentanti in cui riconoscersi, già resa problematica dalla legge elettorale vigente, il rosatellum, che con liste bloccate di nominati e la quota maggioritaria inibisce agli elettori la scelta dei rappresentanti secondo uno schema partitocratico. La prof. Alessandra Algostino in un suo lucido intervento ("Perché ridurre il numero dei parlamentari è contro la democrazia") si è spinta a scrivere: "Riducendo il rapporto fra cittadini e parlamentari, si incide sulla rappresentanza, sia da un punto di vista quantitativo sia da un punto di vista qualitativo. Quantitativamente aumenta la distanza fra rappresentato e rappresentante. Il riverbero sulla qualità della rappresentanza è evidente, con una diminuzione della possibilità per il cittadino di veder eleggere un "proprio" rappresentante, abbassando il grado di potenziale identificazione del rappresentato con il rappresentante". Il cocktail formato dal miscuglio tra taglio dei parlamentari e legge elettorale in vigore conduce nella sostanza alla deformazione della forma parlamentare di governo su cui si basa il principio della separazione dei poteri alterando non solo il sistema della rappresentanza incardinato dal principio del voto democratico, libero, uguale e diretto, ma anche il rapporto tra esecutivo, legislativo e giudiziario e gli organi di garanzia - Presidente della Repubblica,Corte costituzionale, Consiglio superiore della magistratura - la cui nomina e composizione resteranno nella disponibilità di minoranze reali trasformate in maggioranza numerica egemonizzata da ristretti gruppi di potere anche estranei al circuito democratico. La precedente maggioranza di governo M5S-Lega a maggio 2019 ha modificato il Rosatellum con cui si è votato nel 2018, per riproporzionare la legge elettorale in considerazione della riduzione dei parlamentari. Dando vita al c.d. Rosatellum ter. Il M5S e la Lega si sono ben guardati dal mettere in discussione la legge elettorale, introducendo il voto di preferenza o il voto disgiunto. Con il Rosatellum ter, resta il sistema misto proporzionale-maggioritario, con le liste bloccate e senza voto disgiunto, con cui si e’ votato alle Politiche del 4 marzo 2018, ma i seggi da attribuire nei collegi uninominali non saranno più stabiliti con un numero fisso, ma in rapporto al numero dei parlamentari. La riforma voluta da Lega e M5S aveva l’obiettivo di adeguare il sistema elettorale alla legge costituzionale che taglia il numero dei parlamentari (400 deputati e 200 senatori). Così, se il taglio dei parlamentari diventerà effettivo, i parlamentari eletti con il sistema uninominale saranno a Montecitorio 147 e a Palazzo Madama 74. Il Piemonte, con il taglio, eleggerebbe solo 14 senatori (contro gli attuali 22), di cui al momento 5 con il maggioritario e i restanti 9 con il proporzionale. Per avere un seggio nel proporzionale bisognerà avere un risultato superiore all’11%, perché questa sarebbe la soglia naturale, ferma restando la possibilità di avere un seggio con i resti anche conseguendo un risultato inferiore all’11%.Una situazione di sottorappresentanza partitocratica ancora più grave in tante regioni con minor popolazione, come Puglia, Toscana, Calabria, Sardegna, Liguria, Marche, Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Basilicata. Un grave problema del deficit di rappresentanza, ulteriormente aggravato dal criterio della elezione dei senatori su base regionale (art. 57 Cost.), con profonda asimmetria nella rappresentatività delle due camere. Un partito che ha il 10%, alla Camera vale il 10% della quota proporzionale mentre al Senato rischia di scendere a un 5% o ancor meno per effetto delle soglie regionali che solo in Lombardia con il Rosatellum ter nel proporzionale è al 5%, mentre in tutte le altre regioni si va dalla soglia dell’8% al 12,5% (Lazio, Campania, Sicilia, Veneto, Emilia Romagna, Piemonte, Puglia) e dal 14 al 50% in tutte le altre regioni, senza considerare Molise e Valle d’Aosta che sono un caso a parte. Asimmetria nella rappresentanza in un sistema a bicameralismo paritario, che può contribuire all’instabilità del sistema politico con possibili esiti weimariani antiparlamentari nelle corde di una ondata populistica e demagogica che sta alla base della riforma sottoposta a referendum popolare confermativo. Che rischia di attentare al fondamento stesso del sistema della democrazia parlamentare rappresentativa. Quanto ci costerà il piccolo risparmio prodotto da questo taglio dei parlamentari?Il taglio dei parlamentari sommato alle norme elettorali in vigore apre una ferita nella capacità di rappresentare i cittadini, i territori, le posizioni politiche esistenti nel paese. L’obiettivo del taglio dei parlamentari è un attacco frontale ai principi della democrazia parlamentare rappresentativa e al principio della separazione dei poteri messo in gioco da un’ esasperata torsione maggioritaria in un Parlamento più piccolo e inevitabilmente ancora più obbediente ai capi partito. Siamo sicuri che è di questo che abbiamo bisogno?

ANTONIO CAPUTO

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