Ancora prima dell'uscita di 'The Irishman', film di Martin Scorsese con tra gli altri Robert De Niro e Joe Pesci, non era possibile tacere. E Bill Dal Cerro dell'Italic Institute of America non l'ha fatto. Un altro film, l'ennesimo, dedicato alla malavita italiana negli Stati Uniti. A dispetto anche del titolo del film. "Un raro film basato su una storia realmente accaduta - spiega Dal Cerro - usato per razionalizzare l'ossessione di Hollywood per i criminali italiani: 'Vedete? Esisteva la criminalità e voi italo-americani lo negate... Ma invece è proprio Hollywood a negare la complessità e genialità della storia attuale americana".

È curioso, come ci racconta Dal Cerro, che la storia, quella del cinema dedicato ai nostri connazionali e discendenti, e non certo per beatificarli, inizi addirittura nel 1915 con 'The Italian', film muto che però anche senza parole racconta la storia di Pietro 'Beppo' Donnetti, emigrante che poi finisce in carcere. "Gangster, ma anche buffoni - continua Dal Cerro che per l'ennesima protesta sugli stereotipi usati da Hollywood questa volta si era anche rivolto, con una lettera al 'Chicago Sun Times' - così sono stati rappresentati gli uomini italo-americani, mentre per le donne 'bimbo' (slang usato in USA per definire una donna spesso attraente, ma anche stupida e di facili costumi ndr) che masticano chewing gum. E questa tradizione continua con Martin Scorsese che con 'The Irishman', nonostante il titolo ingannevole, trasmette negativi stereotipi che vediamo da cent'anni a questa parte".

Ma almeno questa volta Hollywood ha messo in un angolo 'The Irishman': infatti arrivato alla serata dell'Oscar con dieci nomination, è tornato a casa senza nulla, il grande sconfitto. Quattro anni fa Italic Institute of America, ha portato a termine una ricerca al termine della quale sono emersi dati sconcertanti: dopo il successo di 'The Godfather', 'Il padrino', nel 1972, c'è stato un incremento di film con soggetto la malavita italo-americana prodotti da Hollywood dell'81%. Si è passati dalle 98 pellicole uscite tra il 1915 e il 1972 alle 438 nel periodo compreso tra il 1972 e oggi. Potrebbe sembrare incredibile, ma è la verità, ancora più assurda se si pensa poi che il 90% delle produzione uscite dalla mecca del cinema, gli italo-americani portati sullo schermo per il 90% delle storie raccontate non hanno una base di verità, insomma è il trionfo della fiction immersa completamente nel rappresentare l'italo-americano come l'ennesimo novello Al Capone. E a proposito del vero gangster italo-americano, per ogni film dedicato a Scarface, ce ne sono otto che non hanno nessuna attinenza con la realtà.

Come dice Dal Cerro "la vita della pellicola domina quella reale". Una storia che continua e che sembra non ci sia modo di fermarla, sarebbe chiedere troppo, ma almeno di attenuarla. E dire che la colpa di questo trend che vuole gli italo-americani tutti o quasi malavitosi, almeno sul grande schermo, è portato avanti proprio degli italo-americani. Non solo Robert De Niro e Joe Pesci con Martin Scorsese, protagonisti davanti e dietro alla telecamere di 'The Irishman' perché l'elenco è lunghissimo e ricco di celebrità. E visto che il boom si è avuto a cominciare da 'The Godfather' ecco allora Francis Ford Coppola, che ne è stato il regista, ma anche lo scomparso Mario Puzo, autore del libro dal quale è stata poi tratta la storia per Hollywood. E Al Pacino, poi Ray Liotta e stiamo solo nominando i più celebri, dimenticandone tanti altri. Perchè poi si può andare indietro nel tempo e arrivare a Frank Sinatra e ci fermiamo qui.

Una battaglia quindi difficile da combattere perché poi, una volta usciti, i film sulla malavita, i gangster, la mafia italo-americana, piacciono al pubblico. E allora con il successo invece di arrestarsi la marea cresce. E anche se le tante associazioni italo-americane che ci sono negli States continuano a portare avanti le loro battaglie, dall'Italic Institute of America, all'Order Sons and Daughters of Italy in America, a UNICO, la più antica fondata nel 1922, per arrivare alla National Italian American Foundation, poi alla fine le stesse in un certo senso sono anche 'costrette', se così si può dire, a riconoscere scrittori, produttori, registi, attori che portano, nei libri o al cinema quelle storie che li tratteggiano non certo nel modo migliore. E allora si continua a protestare, come successo, per fare un altro esempio, questa volta televisivo, con 'Jersey Shore' quando gli italo-americani del New Jersey erano rappresentati come 'hottest, tannest, craziest Guidos', i più sexy, abbronzati, pazzi Guido, nome quest'ultimo (non certo un complimento) con il quale si identifica l'uomo vanitoso, aggressivo e molto poco sofisticato, italo-americano ovviamente...

'Il padrino' Marlo Brando era tutta un'altra cosa

Come 'The Irishman' nel 1973 anche 'The Godfather' che in italiano era 'Il padrino', arrivò con dieci nomination, ma alla fine uscì dalla serata degli Oscar con tre statuette. Miglior film, al produttore Albert R. Rudy, miglior sceneggiatura non originale, a Francis Ford Coppola (che era anche il regista) e Mario Puzo (autore dell'omonimo romanzo), ma soprattutto a Marlon Brando come miglior attore protagonista. Il grande attore statunitense però si rifiuto di ritirare il premio durante la cerimonia in segno di protesta per le ingiustizie commesse nei confronti delle minoranze, soprattutto i nativi americani. Il film, oltre ad aver avuto un successo mondiale, alla sua uscita negli USA incassò 135 milioni di dollari, frantumando il record di un colossal come 'Via col vento'. La pellicola poi ebbe grandi ripercussioni anche per la Paramount Pictures che grazie a 'Il padrino' uscì da una complicata situazione economica. Fu la pellicola che consacrò il regista Francis Ford Coppola ma anche gli attori Al Pacino, Robert Duvall e James Caan. In particolare fu la carriera di Marlon Brando che riprese gran vigore, grazie alla magistrale interpretazione di don Vito Corleone. 'Il padrino' è stato anche il primo della omonima trilogia che percorse un lasso di tempo di 96 anni, dal 1901 fino ad arrivare al 1997.

Ma il 90% dei film sui 'nostri' gangster è solo fiction

Si chiamava Alphonse Gabriel Capone, era Al Capone, detto Scarface. Il più celebre tra i gangster di origine italiana, nacque a Brooklyn, New York il 17 gennaio 1899, l'ultimo di nove figli di un barbiere, Gabriele Capone e della sarta Teresa Raiola. I genitori erano emigrati da Castellammare di Stabia negli Stati Uniti alla fine dell'Ottocento. Famiglia umile, cresciuto in un ambiente povero e degradato, prestò entrò in piccole gang con i fratelli Vincenzo, Ralph e Frank. Lasciò la scuola a 11 anni e da quel momento iniziò la sua scalata nel mondo della criminalità per trasformarsi in uno dei simboli della malavita americana per essere nominato nel 1930 'nemico pubblico numero uno' dalla stampa statunitense e da J. Edgar Hoover, il creatore della FBI. Fu incarcerato e quindi condannato però solo per evasione fiscale finendo ad Alcatraz. Morì poi a Miami, dove si era ritirato nella sua villa (esistente ancora oggi) il 25 gennaio 1947. Ma Al Capone era già diventato popolare nella letteratura e in particolar modo a Hollywood, interpretato da attori come Rod Steiger, Ben Gazzara, Robert De Niro. I film più celebri i due 'Scarface' diretto da Howard Hawks e interpretato da Paul Muni, poi il più celebre, con la regia di Brian De Palma e col volto di Al Pacino. Ma se i film su Al Capone raccontano storie reali, il 90% delle pellicole sui gangster italo-americani sono invece finzione.

ROBERTO ZANNI

 

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