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Il Ceo di Goldman Sachs, David Solomon, ha avvertito che dal prossimo luglio la banca d'affari americana non parteciperà più ai collocamenti in borsa di aziende nei cui consigli d'amministrazione non siede almeno un membro di sesso femminile o appartenente a una minoranza. Non si tratta di una novità in senso assoluto: fondi come BlackRock e State Street Global Advisor respingono, nelle società di cui sono azionisti, i pacchetti di nomine dove non figurano donne. E in California le compagnie quotate i cui dirigenti sono solo maschi bianchi rischiano ora una multa di 100 mila dollari. Il caso di Goldman Sachs spicca però per diverse ragioni, non ultimo il contrasto tra la reputazione non proprio adamantina della banca, riconosciuta più volte colpevole di frode nei confronti dei propri risparmiatori, e il desiderio di mostrarsi attenta alle istanze delle minoranze. Di certo l'iniziativa di Solomon spingerà numerose aziende a correre ai ripari il prima possibile. Goldman Sachs è infatti il maggiore sottoscrittore di offerte pubbliche iniziali di Wall Street e ogni società che si prepara allo sbarco in Borsa gradisce sapere di potervi contare. Il punto controverso è che le limitazioni, ha spiegato Solomon alla Cnbc, varranno solo per Europa e Stati Uniti, dove dall'anno prossimo il requisito minimo perché Goldman Sachs apra il portafogli salirà a due membri rappresentativi di minoranze, definizione che terrà conto non solo dell'etnia o della religione ma anche dell'orientamento sessuale e dell'identità di genere. Altre aree del mondo non sono state menzionate. Se può avere senso non citare l'Africa, che è il continente - secondo i dati di McKinsey - dove ci sono più donne nei cda (il 25% del totale, contro il 23% dell'Europa e il 22% degli Usa), colpisce la deroga per aree dove il maschilismo nelle aziende è molto più forte che in Occidente, ovvero l'Asia, il Medio Oriente e l'America Latina, dove la percentuale di consiglieri d'amministrazione di sesso femminile è pari, rispettivamente, al 13%, all'11% e al 7%. Una portavoce di Goldman Sachs ha spiegato a Bloomberg che la banca intende in futuro estendere le limitazioni anche all'Asia, una volta che anche da quelle parti ci sarà una maggiore sensibilità nei confronti della diversità. Una precisazione che non ha convinto tutti. "Al giorno d'oggi le società non hanno alcuna scusa per avere cda tutti al maschile", ha dichiarato alla testata Usa Fern Ngai, Ceo di Community Business, società di Hong Kong che si occupa di politiche dell'inclusione nelle aziende, "l'Asia dovrebbe essere inclusa e non capisco perché non lo sia". Del resto che l'assenza di donne ai vertici delle grandi aziende sia un problema che l'Occidente sta, piano piano, risolvendo lo dicono i numeri. Secondo uno studio di Msci Inc., solo l'1% delle società Usa incluse negli indicatori globali del gruppo aveva cda composti solo da uomini, una percentuale che schizza al 33% in Giappone, senza menzionare casi estremi come il 94% dell'Arabia Saudita. Non solo. Bloomberg calcola che nel 2019 quasi la metà delle posizioni aperte nelle aziende quotate sull'indice di Borsa S&P 500 sono state occupate da donne e, per la prima volta nella storia, il numero di donne nei cda di tali gruppi ha superato il 25%.

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