L’appuntamento pomeridiano con il capo della Protezione civile, Borrelli, è il picco ansiogeno della mia giornata, è l’attesa che la speranza non vada sprecata. I numeri sono numeri, c’è poco da discutere, anche se la discussione ha il buon fine di piegarli alla speranza appunto. Poi arrivano i telegiornali con le cataste di bare. Sono così tante che non possono essere piene, cerco di consolarmi.

Il mondo è pieno di bare ormai, più che di telegiornali. Come noi Spagna, Stati Uniti e mezzo pianeta. Non so perché, ma quelle casse di legno mi parlano, come se i morti parlassero. Non sono mute, come le urne cinerarie che il satellite ci manda dalla Cina. I corpi non sono la stessa cosa delle ceneri. Mi raccontava un paio di decenni fa il compianto Remo Gaspari che, dopo la seconda guerra mondiale, in Abruzzo c’erano paesini di montagna senza cimiteri. I cadaveri venivano interrati nei campi, e spesso i cani affamati li riportavano in strada.

La storia millenaria dell’ebraismo e poi del cristianesimo ha dato all’Occidente un culto dei morti che è diventato tradizione, parte della vita. Una nuova nascita per l’aldilà, secondo la promessa del Cristo risorto. Papa Francesco tutte le mattine dice messa e prega per i vivi, per i malati e per i morti di questa peste della modernità. Il riposo eterno, per chi crede, è la promessa dell’aldilà e del giorno del Giudizio, quando i morti riavranno i loro corpi. Poi c’è qualcuno, non degno di menzione, che riduce l’Eterno riposo a una finzione televisiva, a macabro duetto da pomeriggio in famiglia. Sciacallaggio, ha scritto qualche indignato. Forse.

ANTONIO DEL GIUDICE

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