Conte, Salvini, Meloni e Zingaretti.

Il voto che può cambiare l'Italia sarà fra tre mesi, in America. Altro che referendum costituzionale, altro che elezioni regionali per mettere nuovi ducetti al posto dei governatori attuali: il futuro della nostra politica dipenderà dalla riconferma o meno di Trump. Perché guai a sottovalutarne gli effetti. "The Donald" non è solo un miliardario irascibile e spiazzante, impetuoso e maleducato, circondato da molte belle donne, che un bel giorno ha deciso di scendere in campo (ne abbiamo avuto uno anche noi). Lui è il santo protettore di tutti i sovranisti, compresi quelli con la coccarda tricolore.
Lui proclamò "America first", prima gli americani, quando Salvini stazionava ancora al 4 per cento. Lui, in larghissimo anticipo su Matteo, dichiarò guerra commerciale alla Cina. Lui promise di erigere un muro contro i migranti, imitato successivamente da Viktor Orbán. Fu Trump a farsi eleggere puntando non sulla testa ma sulla "pancia" della gente, sulle frustrazioni delle classi medie impoverite dalla globalizzazione, sulle voglie di rivalsa dei vecchi privilegiati bianchi, sugli spiriti animali che è stato mostruosamente bravo a cavalcare.
È stato Trump a mettere nel mirino l'Europa, a favorirne le spinte centrifughe, a contestare il senso profondo dell’Alleanza atlantica, a trasformare la Nato da strumento difensivo nel baraccone burocratico attuale, e non certo per far felice il suo amico Vladimir ma per spregio degli alleati Ue, incominciando dalla Germania che odia perlomeno quanto Salvini detesta la Merkel. In sintesi: quattro anni della sua presidenza hanno destabilizzato la politica planetaria, creando un habitat perfetto per populisti e nazionalisti.
Da quando circola Trump, guarda caso, è tutto un fiorire di leader che l’autoritarismo ce l’hanno nel sangue. Ma il prossimo 3 novembre Donald lascia o raddoppia. Se verrà cacciato, e al suo posto si insedierà Joe Biden - personaggio moderato, rassicurante, timorato di Dio - l'eredità trumpiana si rovescerà nel suo contrario. Il nuovo presidente vorrà ristabilire le rotte atlantiche e (perseguendo i propri interessi) riscoprirà la partnership strategica con l’Europa. Chi punta a sfasciare l'Unione non troverà più sponde a Washington. Con la Cina Biden tenterà di rappattumare; un precario equilibrio verrà ristabilito, forse, perfino con gli ayatollah iraniani.
Un'onda rasserenante si spanderà dall'America varcando gli oceani. In Italia saremo sommersi di camomilla; gli sguaiati di casa nostra (senza far nomi) rischieranno di annegare in questo immenso giulebbe.
Il "politically correct", viceversa, gonfierà le vele Pd; riprenderà fiato Renzi che con Biden aveva intrecciato rapporti già ai tempi di Obama; si troverebbe a suo agio lo stesso Conte, perché è vero che Trump gli aveva posato la mano sulla spalla chiamandolo in un tweet "Giuseppi", ma il presidente del Consiglio non vive di nostalgie e sa adattarsi al nuovo che avanza. Viceversa la destra sovranista finirebbe relegata in una dimensione asfittica, chiusa, provinciale, un po’ come Orietta Berti quando andavano i Beatles.
E se invece Trump, smentendo i sondaggi, fra tre mesi verrà rieletto? A quel punto nessun riuscirà a tenerlo. Non avendo la possibilità di un terzo mandato, agirà senza più remore. Farà tutto quanto gli è stato fin qui impedito, incominciando proprio dalla resa dei conti con l'Europa.
Per quanto poco gli importi dell'Italia, che è una pulce nel suo universo, proverà a usarci come testa d'ariete contro l'asse franco-tedesco. E Salvini (del quale l'amministrazione Usa diffida) diventerà il socio d’affari, la quinta colonna, il grimaldello indispensabile per scardinare gli equilibri del Vecchio Continente. Il sovranismo riceverebbe la consacrazione finale.

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