L’abbazia benedettina di San Giuliano

Una casa per i cantautori genovesi: il progetto per trasformare l’abbazia di San Giuliano è stato finanziato dal Ministero per i beni Culturali con 3 milioni di euro nell’ambito del piano strategico "Grandi Progetti Beni Culturali" varato dal ministro Dario Franceschini. Il finanziamento riguarda undici progetti in Italia tra cui il nuovo polo culturale dedicato alla musica dei grandi autori liguri della canzone italiana che vedrà la luce in Corso Italia, il lungomare di Genova.

L’istituzione è prevista dall’accordo siglato con ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo e Regione Liguria. La Casa dei Cantautori, caratterizzata dalla doppia funzione, espositiva e formativa, avrà tra gli obiettivi più importanti quelli di acquisire, catalogare, conservare, ordinare ed esporre le testimonianze di Fabrizio De André, Bruno Lauzi, Ivano Fossati, Umberto Bindi, Gino Paoli e Luigi Tenco e altri. Il valore degli investimenti del Piano Strategico " Grandi Progetti Beni Culturali" varato dal ministro per i Beni e le attività culturali e per il Turismo, Dario Franceschini, è di oltre 103 milioni e ha già ricevuto il parere favorevole della conferenza unificata Stato-Regioni dopo il passaggio in Consiglio superiore dei Beni culturali.

«Interventi che contribuiscono alla nascita di nuove realtà culturali e al consolidamento di altre. Sono progetti e cantieri diffusi su tutto il territorio nazionale che vanno a migliorare la bellezza delle città italiane e a sostenere lo sviluppo dell’economia e del turismo del nostro Paese. La cultura e il turismo sono un binomio inscindibile» ha spiegato Franceschini. Sono quindi passati più di due anni da quanto, il 2 gennaio del 2018, la giunta comunale aveva approvato, su proposta del sindaco Marco Bucci e dell’ex assessora alla Cultura, Elisa Serafini, l’accordo di valorizzazione per la costituzione della Casa dei Cantautori liguri nel complesso monumentale dell’Abbazia benedettina di San Giuliano in Corso Italia dove si vuole realizzare un centro dinamico, una casa della musica con una funzione duplice: una espositiva per ripercorrere in modo interattivo il repertorio e la biografia dei cantautori anche con la mostra degli oggetti in possesso delle famiglie o delle fondazioni; una formativa con l’istituzione di corsi di formazione legati alle nuove professioni della musica. La scuola musicale genovese è andata via via sottigliandosi e con loro si sono persi altri tasselli di quel fenomeno che ha caratterizzato gli anni Settanta giungendo sino a noi: artisti che fabbricavano, suonavano e interpretavano la loro musica.

Se si considera che la cosiddetta "scuola genovese" che inventò il fenomeno, dopo le scomparse di Luigi Tenco, Umberto Bindi e Bruno Lauzi, è ridotta ai soli Gino Paoli e Ivano Fossati (peraltro inattivo sul piano dei concerti dal vivo), si può ben capire che un pezzo del nostro sottofondo musicale sta oramai esaurendosi per lasciare spazio a nuove musicalità. Un movimento che determinò una profonda rottura con la musica tradizionale italiana per un mutato approccio stilistico, più ricercato ed eclettico, per l'uso di un linguaggio diverso, realista, affrontando una varietà di temi che andava dal sentimento, alle esperienze esistenziali, sino alla politica, all'ideologia, alla guerra e ai temi dell'emarginazione, con forti accenni individualisti e spesso ricollegandosi ai toni dell'esistenzialismo francese.

Le influenze culturali della scuola genovese sono variegate, dalla tradizione letteraria e musicale italiana e ligure (Camillo Sbarbaro, Cesare Pavese, Giorgio Caproni, Riccardo Mannerini), alla letteratura francese e inglese di inizio Novecento (Jean-Paul Sartre, Raymond Queneau), dalla filosofia anarchica (in particolare Tenco, De André e Paoli), a quella liberale (Lauzi), dalla musica francese di Charles Aznavour, Jacques Brel e George Brassens, sino a quella del folk statunitense di Bob Dylan e degli esponenti della Beat Generation come Allen Ginsberg, Jack Kerouac, William Burroughs e Gregory Corso. In particolare, sia Lauzi che De André dedicarono parte della propria produzione alla narrazione specifica della propria città, utilizzando spesso anche il dialetto ligure in vari brani. Gli esempi migliori sono i celebri brani "Genova per noi" cantata da Bruno Lauzi, ma scritta dal piemontese Paolo Conte nel 1975 e "Crêuza de mä" di Fabrizio De André nel 1984. Quel nucleo storico frequentava la zona della Foce e ruotava attorno ai fratelli Gian Piero e Gian Franco Reverberi.

Il primo fu l’arrangiatore della famosa canzone "La gatta" di Paoli, operò con Fabrizio De André e i New Trolls, il secondo fu a fianco di Luigi Tenco per lungo tempo. La scuola genovese si è nel tempo allargata a gruppi come i New Trolls, i Matia Bazar, i Ricchi e Poveri, Francesco Baccini, Buio Pesto, Giua, Max Manfredi, Aloisio, Federico Sirianni, Cristiano De André e altri. Legati a questo ambiente multiculturale anche la scrittrice Fernanda Pivano, che tradusse in italiano "L'Antologia di Spoon River" e sulla quale De André basò l'album "Non al denaro non all'amore né al cielo" e Paolo Villaggio, scrittore e coautore di testi con De André come "Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poiters" e "Il Fannullone". Ancora aperta e dolorosa è invece la pagina che riguarda Luigi Tenco, morto il 26 gennaio 1967 durante il Festiva di Sanremo. Più di mezzo secolo non ha scalfito l’attualità del cantautore, il fascino e l’interesse verso l’autore di "Vedrai, Vedrai" e neppure l’indagine infinita sul suo suicidio.

Libri, film, documentari non sono riusciti a dare un senso a quel gesto disperato. La riapertura del caso nel 2006 e la riesumazione della salma nel cimitero di Ricaldone hanno invece chiarito che la morte fu sicuramente dovuta a suicidio. Nonostante questo, una sorta di morbosa febbre attanaglia il caso del cantautore tanto che sua nipote Patrizia, anche recentemente, ha dichiarato: "Vorremmo che si smettesse di speculare sulla morte di Luigi". Uno dei più amati cantautori italiani continua a darci il segno della infinita attualità dell’artista che a 29 anni aveva già scritto ben settanta canzoni. Quella era la Liguria dei ragazzi delle magliette a strisce che si batterono contro il congresso del Msi a Genova nel 1960, dei giovani "cinéphiles" che inventarono i cineclub a Genova e La Spezia, dei musicisti che volevano imitare i cantautori della vicina Francia, come Georges Brassens. In quel contesto Luigi Tenco sviluppò la sua sensibilità, molto particolare e accentuata, fulcro della sua creazione artistica ma al tempo stesso sinonimo di una fragilità che si rivelò fatale.

Certamente la sua morte avvenne in un contesto particolare: pochi giorni prima a Santa Margherita Ligure due auto lo avevano speronato e avevano cercato di mandarlo fuori strada aprendo un enigma irrisolto. Da lì la decisione del cantante di acquistare una pistola, elemento fondamentale nella vicenda che accadde nella stanza 219 dell’Hotel Savoy di Sanremo la notte del 1967. Nel 1965 Tenco, nonostante fosse sotto le armi, aveva avuto il permesso per un viaggio in Argentina, sul quale si è molto discusso, soprattutto dopo la scoperta di reti eversive come Gladio e P2 che avevano ramificazioni nel paese di maggiore emigrazione italiana e incidevano sulla vita politica di Buenos Aires. Luigi Tenco è a Sanremo in coppia con Dalida, la sua compagna dell’epoca, con la quale però i rapporti sono abbastanza burrascosi. Pende sulla coppia la presenza di una misteriosa ragazza frequentata dal cantante.

Così quando si presenta sul palco, Mike Bongiorno si accorge di una certa tensione: "Dai che sei bravo – gli dice – ti conosco bene. Fai vedere chi sei". La sua interpretazione di "Ciao amore ciao" appare stentata, sbaglia l’attacco, ritarda nelle esecuzioni, non regala un solo acuto interpretativo, il volto resta teso e cupo. Qualcuno parlerà di un Tenco "fatto e stravolto". L’eliminazione è quasi scontata. La canzone riceve solo 38 voti su 900 dalla giuria popolare. Nella notte tra il 26 e il 27 gennaio 1967 Tenco si toglie la vita con un colpo di pistola alla tempia. Ma ancora oggi troppe e ombre e silenzi gravano su quel fatto, diventato nel tempo uno dei misteri d’Italia.

di MARCO FERRARI

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