"Tu prima o poi finirai in cucina" ripeteva la madre a Nicola Refosco, studente di lingue con la passione per la cucina e in particolar modo per la pizza. Un amore trasmesso fin da bambino dalla nonna e poi diventato fonte di lavoro da adulto. "Quando ho deciso di trasferirmi in Uruguay ho capito che c’erano buone opportunità e che potevo finalmente mettermi in proprio portando qui una parte di me, quella pizza che mangiavo da bambino il fine settimana con tanta gioia" ricorda Nicola mentre prepara con cura un impasto che farà poi lievitare tra le 48 e le 99 ore a una temperatura di 2 gradi. Siamo all’interno della pizzeria Il Trancio d’Italia aperta da tre anni nella splendida cornice del Parque Rodó a Montevideo.

Il suo artefice è un ventisettenne vicentino che nel dicembre del 2016 ha mollato tutto per venire a cercare fortuna in Uruguay: "Ero stanco dell’Italia, non vedevo un futuro e mi sentivo sempre in contrasto con la mentalità materialista dominante. Avevo il sogno del Sud America con l’idea di un posto felice e pensavo inizialmente al Brasile. Poi un amico uruguaiano che era in Italia mi ha fatto cambiare rotta e allora ho scelto l’Uruguay. Qui non ti senti mai straniero e per gli italiani poi è ancora più facile dato che c’è un legame quasi familiare che perdura nel tempo. I primi giorni sono stato ospite in un paesino del dipartimento di Cerro Largo, mi sembrava il far west e mi chiedevo dove ero capitato.Poi sono venuto a Montevideo per cercare un posto dove aprire la pizzeria. Ho portato tutti i macchinari dall’Italia e ho iniziato l’attività che oggi va molto bene".

Dall’impastatrice al forno, fino alla pala e ai frigoriferi, qui tutto richiama il Bel paese con l’immancabile tricolore esposto e una piccola sciarpa della Roma. I due prodotti principali che vengono offerti al pubblico -specialmente attraverso le consegne a domicilio- sono la pizza e la pasta a cui il coronavirus non sembra aver colpito più di tanto: "Abbiamo chiuso solo una decina di giorni proprio nel momento in cui veniva dichiarata l’emergenza sanitaria. Quelli erano giorni molto difficili, c’era tanta paura in giro e anche le vendite crollavano. Al momento della riapertura abbiamo dovuto ridurre le spese ma poi pian piano siamo tornati a crescere e anzi oggi abbiamo addirittura superato i livelli precedenti. Rispetto alla crisi del settore della ristorazione ci è andata di lusso, siamo stati molto fortunati". Diversi sono i fattori che spiegano le ragioni di questo successo tra cui "una clientela consolidata nel corso degli anni", la scommessa di "puntare soprattutto alle consegne a domicilio" e le zone della città coperte dove "il potere acquisitivo è più alto rispetto ad altre aree di Montevideo".

Portare una vera pizza italiana in Uruguay è un missione difficile per via delle abitudini locali che impongono delle notevoli differenze. Nicola Refosco è cosciente di questo problema ma allo stesso tempo mostra fiducia: "La cultura della pizza in Uruguay sta cambiando, io ne sono certo perché c’è un grande contatto con l’Italia. Per capire l’origine della distorsione che è stata fatta a questo nostro prodotto dobbiamo andare indietro nel tempo e risalire ai periodi della grande immigrazione. Gli italiani erano gente umile, lavoratori, e non avevano la giusta formazione per preparare un prodotto fedele all’originale. La mia pizza in Uruguay è difficile da capire, c’è chi pensa che sia troppo sottile o che ci sia poca mozzarella. Però quando uno la prova e poi si accorge di una migliore digeribilità rispetto agli altri allora capisce le differenze".

Matteo Forciniti

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