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Fra pochi giorni conosceremo la verità sulla volontà dell’elettorato. Niente più sondaggi ma schede vere, di quelle che si contano una ad una. Sarà una verifica fondamentale per la tenuta del Governo e per i progetti delle opposizioni. Benché tutti i leader di partito, o quasi, abbiano ristretto le conseguenze del voto ai soli territori interessati, sarà assai improbabile che dopo lunedì, in special modo se le cose dovessero andare come si sospetta che vadano, nulla accadrà al Governo e alla maggioranza che lo sostiene.

Anche perché gli elettori delle sette Regioni chiamate al voto superano i 18 milioni, cioè sono circa il 39 per cento del corpo elettorale italiano. Si tratta di un campione adeguato per fornire indicazioni affidabili sugli orientamenti generali della popolazione. Purtroppo, la semplificazione dei media spinge a rappresentare le sfide regionali come se fossero i play-off di un torneo di calcio. Gli scontri diretti appassionano ma non sono gli unici markers diagnostici della volontà popolare.

In Toscana si parla di un testa-a-testa tra la candidata della destra plurale Susanna Ceccardi e quello della sinistra Eugenio Giani. In una terra storicamente "rossa" dove per decenni tutti i gangli del potere sono stati presidiati dalla sinistra è presumibile che il suo candidato la spunti. Tuttavia, non sarà indifferente guardare i punti di distacco con la sfidante. Al turno precedente nel 2015 Enrico Rossi vinse con il 48,2 per cento, staccando il candidato di centrodestra di 28 punti percentuali. Claudio Borghi, infatti, prese il 20,02 per cento, e già in quell’occasione si gridò al mezzo miracolo per la Lega che aveva raccolto un grande numero di consensi in una terra tradizionalmente ostile. Sono passati cinque anni e, stando ai sondaggi, si parla di una vittoria contesa sul filo di lana. Se così fosse, capirete bene che passi o no la giovane pasionaria leghista, per la destra plurale nel suo complesso sarebbe comunque un trionfo e per la sinistra un terremoto dell’undicesimo grado della scala Mercalli (catastrofico). Occorrerà guardare dentro il voto, a prescindere dal risultato delle sfide presidenziali. Qualche tempo fa abbiamo acceso un faro sulla Liguria. È lì che si prenderà la temperatura alla coalizione demo-grillina.

In Liguria i dem non avranno alibi. Nicola Zingaretti non potrà scaricare la colpa di un insuccesso sui partner pentastellati accusandoli di diserzione nell’ora della battaglia. Nella ex-roccaforte della sinistra pentastellati e piddini hanno realizzato un’alleanza organica ed espresso un candidato unitario. Ferruccio Sanza, che ha l’appeal di uno stoccafisso prima della reidratazione, costituisce un valore aggiunto per essere espressione di quella lobby giustizialista che ha nella redazione del Fatto Quotidiano la sua testa pensante. La Liguria è anche la patria del grillismo. Vi risiede il fondatore del Movimento, Beppe Grillo. Ora, un risultato sfavorevole per un candidato simbolo di quel mondo, nemico giurato della destra in tutte le sue declinazioni, sarebbe un segnale potente del sentimento nutrito dalla maggioranza degli italiani nei confronti dell’accrocco di potere demo-grillino. Quando alle urne è chiamato quasi il 40 per cento dell’elettorato è possibile fare la tara sui sondaggi che basano le loro "verità" sull’applicazione di algoritmi.

Da un anno tutte le rilevazioni assegnano al Movimento Cinque Stelle un 15/16 per cento di consensi su scala nazionale. A riguardo, chi non è sondaggista ma annusa l’aria che tira pensa che il dato sia sovrastimato. Chi ha ragione? Se si osserva l’andamento elettorale dei pentastellati nelle consultazioni regionali post exploit del 2018, si rileva la costante perdita di consenso in tutti gli scenari, con un marcato salto in negativo dopo la fine del Governo sostenuto insieme alla Lega e la successiva nascita del Conte-bis. Regnante il Conte-I si è votato in Abruzzo. I Cinque Stelle con un proprio candidato hanno ottenuto il 19,74 per cento. Successivamente è stata la volta della Basilicata e lì i grillini hanno totalizzato, sempre in autonomia, il 20,32 per cento.

Dopo due mesi, nel maggio 2019, in Piemonte i Cinque Stelle si sono fermati al 13,61 per cento. C’è stata l’estate del Papeete e l’inguacchio del Conte-bis. Fino a quel momento il M5S perdeva ma era comunque largamente in doppia cifra. In ottobre, in piena luna di miele con i dem, per i grillini arriva la prima scoppola seria: l’Umbria. La nuova coalizione prova la candidatura unica ma è il disastro. Altra ex roccaforte "rossa" che si consegna alla destra. Nella circostanza la lista pentastellata totalizza il 7,41 per cento, dopo aver preso il 27,53 per cento alle Politiche dell’anno prima. Il risultato umbro è ampiamente sotto la soglia psicologica del 10 per cento. Si dirà: colpa della perdita dell’innocenza nel fare fronte comune con i dem, combattuti e insultati in Umbria come nel resto d’Italia fino al giorno prima.

Poi, nel gennaio 2020, arrivano gli appuntamenti elettorali in Calabria e in Emilia-Romagna. La regione meridionale, generosissima con i pentastellati alle Politiche (40,25% medio sui 2 collegi plurinominali alla Camera), gli consegna un magro 7,35 per cento. La "rossa" Emilia-Romagna destina al candidato grillino il 3,47 per cento insieme alla parte del piccolo orcio tra i due crateri bronzei della sinistra e della destra. La lista del Movimento fa pochissimo meglio con il 4,74 per cento. Ora, se anche a questo giro elettorale, dove sono in giuoco ben sette Regioni, per il Movimento Cinque Stelle si dovesse confermare il trend rilevato dalla nascita del Conte-bis, la domanda ai sondaggisti sorgerebbe spontanea: ma dove diamine lo vedete questo 15/16 per cento nazionale agli adepti di Beppe Grillo? Quesito che non è destinato ad appagare una curiosità intellettuale ma a interrogare una scomoda realtà.

Come si può affidare il governo del Paese a una forza politica che in due anni di giravolte programmatiche ha lasciato per strada oltre i due terzi del suo elettorato? Giriamo la domanda a chi sta al Quirinale. In ogni caso, la ipotizzata vittoria della destra in 5 delle 7 Regioni al voto costringerebbe il Capo dello Stato a fare i conti con uno scenario ingovernabile dal punto di vista delle dinamiche istituzionali. Per quanto si faccia un bel dire sui doveri di leale collaborazione tra le istituzioni, un 5 a 7 per la destra porterebbe a 16 su 20 le Regioni amministrate da governatori che si collocano all’opposizione degli attuali occupanti Palazzo Chigi e dintorni.

Il navigato Sergio Mattarella sa benissimo che con un rapporto di forze tanto sbilanciato il Paese non si tiene e si rischia l’anarchia, come la gestione dell’emergenza sanitaria ha dolorosamente dimostrato. E non basterà un rimpasto, come oggi chiedono i dem, per tappare la falla della sconfitta e tirare avanti, rossi e gialli allegramente insieme come se niente fosse accaduto. Pur di non restituire la parola agli elettori il Capo dello Stato si prepara a scaricare Giuseppe Conte e a tentare un salvataggio in extremis della legislatura mettendo in piedi un "Governo di unità nazionale" con tutti dentro, Lega e Fratelli d’Italia compresi.

Il pretesto c’è ed è convincente: la programmazione degli investimenti con i denari promessi dall’Unione europea è di tale portata storica e prospettica da non poter essere gestita da una maggioranza raccogliticcia popolata da parlamentari incollati alla poltrona, ma richiede il concorso di tutte le forze presenti in Parlamento di modo da assicurare per il futuro, in caso di cambio della maggioranza, una continuità strategica-esecutiva all’Italia nell’implementazione delle misure del "Next Generation Eu". Se l’inquilino del Quirinale dovesse rivolgere alla destra plurale la classica offerta che non si può rifiutare, la destra del tridente Salvini-Meloni-Berlusconi risponderà? E come? A saperlo..

CRISTOFARO SOLA

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