Tra i più importanti export culturali italiani dei decenni recenti c’è l’arte di decorare i cappuccini, manipolando la schiuma prodotta dal passaggio del vapore acqueo che li riscalda. Un po’ come sempre, qualcosa si perde in traduzione e qualcosa si guadagna – forse. In molti paesi, la sfida ortografica posta dalla parola cappuccino – con troppe “p” e “c” – ha fatto sì che la bevanda venga chiamata invece latte, che in Italia è generalmente un’altra cosa.

Comunque, per estensione, il creativo che li decora è convenzionalmente denominato “lattista”. Dal punto di visto grafico la sua arte è fortemente limitata dalla gamma di colori disponibili: il bianco della schiuma lattea e i toni beige e marrone del caffè e dell’eventuale spolveratina di cacao. Era probabilmente inevitabile che gli stranieri pensassero di superare l’ostacolo cromatico – e in qualche modo non sorprende che siano stati i giapponesi a studiare e applicare adeguate soluzioni.

Il colorito cappuccino “al pappagallo” che appare qui sopra è opera della lattista nipponica Ku-san. Ottiene i suoi interessanti effetti “dipingendo” il contenuto della tazza con tracce di schiuma tinte con coloranti alimentari. È un processo che richiede la mano ferma e veloce, per evitare che il caffè si freddi troppo. Molti altri esemplari dell’arte di Ku-san e della sua curiosa ossessione non solo per i cappuccini ma anche per i pappagalli sono visibili sulla sua pagina Instagram: @Kunit92.

L’Italia è un paese molto conservatore dal punto di vista alimentare. Si consolerà a sapere che il World Latte Art Championship 2019 – svoltosi quest’estate a Berlino – è stato vinto per la prima volta non dagli specialisti orientali che perlopiù dominano la disciplina, ma da un’italiana, l’alessandrina Manuela Fensore – a quanto pare nota come “la Tigre” nell’ambiente – con un impeccabile cavalluccio marino ottenuto impiegando solo caffè e latte bianco, come vuole la tradizione.