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Lesa maestà, un’espressione, un concetto, confezionato su misura per imbavagliare la critica, spesso pericolosa se convince un popolo, all'ordine costituito, al potere assoluto e arrogante. Non a caso in Turchia ed Iran tale "reato" è ancora previsto e comporta pene severissime fino alla sentenza capitale. Il diritto alla libertà d'opinione nasce con l'essere umano, come un postulato, una "conditio sine qua non" che ha connotato, sin dall'antichità, il divenire della conoscenza, accompagnando i destini di popoli e nazioni. Dalla parola divulgata alle tavole incise, dall'oratoria focosa e passionale ai rotoli di pergamena, dai glifi della narrazione murale all'invenzione della stampa, fino ai giorni nostri, esprimere un pensiero o esercitare il diritto di cronaca ha comportato rischi e pericoli, condanne a morte, ostracismi di Stato.

I giornalisti hanno subìto una minore ma comunque inaccettabile percentuale di tutto questo, e come hanno creduto di salvarsi da tale serie di eventi? Spesso hanno ceduto al fascino discreto del potere, rivendicando tale prostrazione mentale con la generica "libertà" di condividere ideologie faziose, nell'assurdo convincimento di riuscire a dare una "verginità catartica" alla perdita della propria autonomia di pensiero. Sono divenuti loro malgrado strumento coercitivo e di controllo, mezzo divulgativo di ideologie totalitarie o di dinastie egemoniche, come ad esempio le dittature nazifasciste e marxiste. Indro Montanelli, in un'intervista biografica, svelò quale fosse il consiglio più prezioso che avesse ricevuto, quello di Emilio Cecchi: "Ricordati che i giornalisti sono come le donne di strada: finchè vi rimangono vanno benissimo e possono anche diventare qualcuno. Il guaio incomincia quando si mettono in testa di entrare in salotto...".

Celebrare il World Press Freedom Day, organizzare un convegno sul controllo dei media da parte del potere, o sul crescente pericolo per giornalisti, attivisti e liberi pensatori in nazioni irreggimentate e politicamente devastate, rappresenta un altro aspetto di quella liturgia superflua e ridondante come la Festa della donna, la Giornata contro il femminicidio, il Giorno della memoria e altro. Si tende, con queste manifestazioni di facciata, a "mondarsi", ad offrire una pubblica giustificazione per una realtà drammatica, un antisemitismo strisciante mai sopìto, del tempo fermo all'oscurantismo culturale, di un globale appiattimento del mondo dell'informazione su posizioni "politicamente corrette" non più su contenuti universali.

Nella storia, il mondo del giornalismo ha funto da cassa di risonanza per ideologie aberranti come il nazifascismo o il marxismo stalinista, o ha garantito con la "persuasione della parola" l'asservimento di massa, ancora oggi, a regimi dittatoriali o integralisti. È troppo facile puntare il dito su casi che avvengono in altri Paesi, dimenticando l'imperfetta e deviante realtà di casa propria. Dopo l'assassinio di giornalisti famosi e non, ad esempio, cosa è veramente cambiato nei confronti della malavita assassina? Insieme a Tobagi, Di Mauro, Impastato e gli altri sono veramente diventati "ossigeno per l'informazione"? E quei "salotti" di cui parlava Cecchi a Montanelli? Se ne incrociano fin troppo sulle televisioni, per argomenti più insulsi e fatui, chiamati esoticamente "talk show": dovrebbero aprire un libero dibattito, ma di fatto sono "inserzioni a pagamento" per volti consueti, individui sopravvalutati e cortigiani.

Giusto allora rivendicare la libertà di pluralità espressiva, invitare a leggere di più, variando le fonti per evitare un condizionamento mentale, ma bisogna interrogare anche se stessi. Non si può pretendere rispetto, adducendo come esempio di giornalismo eroico il sacrificio di pochi. Certo è missione difficile in questo mondo corrotto, ma lo era nei secoli scorsi, fino all'Ellade ed alla Roma Repubblicana del fascio littorio, simbolo di timore per coloro che osavano contro lo Stato. Non può esistere un giornalismo asservito, perché rinunciando a quel suo anelito genetico di anarchia intellettuale, diventa negazione di se stesso, del diritto a tenere alta la voce contro ogni ingiustizia, a mantenere la propria integrità e poter essere "dentro la notizia" per portarne fuori il cuore, far conoscere la verità al mondo anche a costo della propria incolumità. E questo dovrebbero capirlo tutti coloro i quali credono che il giornalista, il giornale, deve essere asservito al potente di turno, al politico in auge, all'ambasciatore protempore... Il giornalista se fa veramente il proprio dovere deve essere inviso ai potenti perché deve scoprire e divulgare le sue malefatte. Non adulare o magnificarne le gesta...

ANONIMO NAPOLETANO