Matteo Salvini (foto Depositphotos)

Due accuse per sequestro di persone. Due potenziali processi da semplice cittadino senza l’ombrello ministeriale. Matteo Salvini è sotto assedio. Bocciata la spallata, bocciata la strategia del citofono, bocciata la speculazione sui bambini di Bibbiano, eccolo allora sempre più solo, sempre più sconfitto, ma soprattutto con un’altra grana giudiziaria da affrontare nel corso della lunghissima traversata nel deserto. E con i suoi che per la prima volta escono allo scoperto ostentando una preoccupazione che fin qui non si era mai registrata. “Ci mancava solo l’Open Arms. Adesso si complica tutto”, avverte un pezzo da novanta del leghismo. La seconda tegola che grava sul leader della Lega rimanda all’agosto scorso quando 164 migranti rimasero per 19 giorni a bordo della Open Arms alle coste di Lampedusa. Anche questa volta i magistrati gli contestano in qualità di ministro dell’Interno non solo la permanenza in mare subita dagli immigrati ma anche il fatto di aver ignorato l’emergenza sanitaria a bordo e di avere vietato lo sbarco. Il tribunale dei ministri di Palermo ha chiuso la sua indagine con dieci giorni di anticipo chiedendo alla Procura di Palermo di avanzare una richiesta di autorizzazione nei confronti del leader della Lega. Si ritiene che la decisione presa nella sua veste di ministro riguardò la sfera amministrativa e non quella politica e di conseguenza non sarà coperta da immunità. Gregoretti e Open Arms sono due casi simili: l’iter del primo è in uno stadio più avanzato ed è stato agevolato dall’harakiri mediatico-propagandistico di Salvini che per strumentalizzare la campagna elettorale emilian-romagnalo ha chiesto ai leghisti in Giunta per l’Immunità del Senato di votare a favore l’autorizzazione a procedere. “Un suicidio”, sussurrava a bassa voce in quei giorni un senatore del fu Carroccio. Sempre in quegli attimi un altissimo consigliere del Capitano gli suggeriva di non seguire la via del processo, ma che sarebbe stata preferibile una strategia parlamentare per affossare il processo: “Meglio un tumore che un processo. Lavora su Renzi e i grillini dubbiosi”. Non a caso la propaganda sul caso Gregoretti ad oggi gli ha portato “zeru tituli”, leggi alla voce Emilia Romagna. L’iter del caso Open Arms è tutto da capire. Si partirà dalla Giunta per l’Immunità che detterà tempi e modi: prima una data convocazione, poi studierà le carte, fino a quando le metterà ai voti. Il tutto si intreccerà con il completamento del caso Gregoretti che entro metà febbraio dovrà essere sottoposto al giudizio dell’emiciclo di Palazzo Madama. Ma lui, Salvini, se ne infischiava prima, agiva di istinto prima, e se ne infischia anche adesso. E’ convinto anche in questo caso di sbandierare il processo per rimpolpare il consenso elettorale. Si mostra baldanzoso e ostenta certezze che sa di non di non avere. La sua è una sorta di dissimulazione tattica tutta legata al numero dell’ultimo dei sondaggi. Eccone la dimostrazione. Sentite cosa ha detto ieri pomeriggio in una delle tante dirette facebook: “Il giudizio del popolo non sono due giudici su migliaia e migliaia di giudici che seguono camorristi, ladri e spacciatori. Qualcuno si alza la mattina e pensa: cosa possa fare per perseguire Salvini, non dico perseguitare, ma perseguire Salvini?”. E sentite cosa ha continuato a dire alla festa del ringraziamento leghista a Vignola, nel modenese: “Sono processi politici che non mi spaventano, anzi mi danno ancora più voglia di lavorare”. Parole che non sono garbate al pezzo di Lega più pragmatica, quella che riporta ad alcuni dirigenti che fanno riferimento al mondo più moderato del Carroccio. Ecco, questi dirigenti sono spaventati e preoccupati per i due potenziali processi che gravano sulle spalle del loro leader. Non solo non utilizzano la stessa narrazione, “processare me significare processare gli elettori italiani”, ma sospirano frasi del tipo: “A questo punto la vicenda si complica, perché se lo mandano a processo per il primo lo manderanno anche per il secondo. E due processi con accuse pesantissime non si possono affrontare con la solita strategia mediatica”. La preoccupazione è diffusa a via Bellerio. Si tratta di un allarme che ieri pomeriggio è stato oggetto di alcune chat di parlamentari, consapevoli che continuando di questo passo non si va da nessuna parte. “L’Europa continuerà ad isolarci, altro che cordone sanitario, si ergerà un muro attorno alla Lega”. “Perché i processi durano anni e non si sa mai quale giudice si troverà davanti”. E allora altro che spallata. Altro che giro d’Italia per conquistare le città del Belpaese. Anche perché, per dire, il caso Salvini è un unicum in Europa. Non esiste infatti un ex ministro dell’Interno di un altro Paese indagato per sequestro di persona. Per ben due volte. REDAZIONE CENTRALE