Ai miei tempi (ah ah) i 7 gol dell’Atalanta – 7 a Torino, 7 a Lecce – sarebbero stati accolti male, come il virus del peggior offensivismo ispanico/nederlandese. Chiacchiere e distintivo. E subito Scuola roccobreriana animata da sdegno contro Scuola napoletana entusiasta al grido di golgolgol che non era stato ancora del tutto appaltato ai gorgheggi di Victor Hugo Morales o dell’avvocato Mario Mattioli più tardi innovatore in Rai dove i toni moderati venivano spacciati per martellinismo: al grande Nando bastarono 3×3=9 parole per celebrare adeguatamente l’evento del secolo. Si sorrideva, a quei gol, con un misto di comprensione e di pena, roba da ragazzi, follie da importazione. Vi garantisco ch’era più facile sostituire con i jeans i pantaloni alla zuava o tracannare bocce di latte alla James Dean invece di spumador piuttosto che andare controcorrente con le tattiche calcistiche.

Giu’ le mani dal calcio all’italiana. Quando mi presentai a Brera avendo appena letto “Rivera, il Golden Boy” di Maurizio Barendson fui subito tacciato di qualunquismo. Mi difesi proponendo una via di mezzo. Quale? Fulvio Bernardini, che con il suo Bologna aggiungeva al gioco per vincere anche qualcosa per piacere, dava un tocco in più, non riveriano però, alla classica manovra catenacciara, con intelligenza tattica che dopo la conquista dello scudetto a Firenze incantò Brera; ma fu quel 7-1 al Modena il 14 ottobre 1962 (arieccolo il numero magico) a far nascere il mito del Dottor Pedata: “Così si gioca solo in Paradiso” – disse – e chiese subito al presidente Dall’Ara di comprargli un portiere da scudetto – William “Carburo” Negri – e scudetto fu. A Milano pensarono che il Dottore si stesse convertendo al 4-2-4 brasiliano e mal gliene incolse quando il Bologna sconfisse l’Inter nello spareggio 1964 mettendo un terzino, Bruno Capra, al posto dell’ala sinistra titolare Ezio Pascutti infortunato.

Gasperini l’Ammazzasette non è un qualunquista, non un risultatista e nemmeno un estetista, è il tecnico che sa cosa fare di un gruppo di giocatori tecnicamente validi e mentalmente liberi che sa disporre in funzione degli impegni e degli avversari; privilegiando gli elementi classici del calcio made in Italy, marcatura a uomo e contropiede. È ciò che fa, ahilui senza il Papu Gomez ma con prudente intelligenza, il creatore della Nuova Lazio, Simone Inzaghi. Radu, Alberto, Milinkovic-Savic e Immobile recitano una nuova favola italiana. E Sarri? Chi l’ha visto?

Italo Cucci