Ero pronto a prendere il volo di stasera da Miami, AA989, sarei arrivato a Montevideo domenica mattina. Per essere in redazione lunedì mattina, insieme con gli altri colleghi che lavorano in Uruguay. Il nuovo ambasciatore Iannuzzi viene a trovarci e il Direttore, come è solito fare negli anni, considera utile presentarlo a tutti noi. Con l’usuale chiacchierata intervista e proponimenti futuri confezionata da noi tutti… Ero entusiasta di questa nuova puntata in Uruguay, un Paese che, avendolo visitato anche se in fretta, quattro o cinque volte, ho imparato subito ad apprezzare e sì anche amare. Entusiasta però soprattutto per la nuova chiamata del nostro Direttore, un’altra dimostrazione di fiducia e di affetto nei miei confronti, per una nuova tappa, importante, nella storia di ‘La Gente d’Italia’: l’Argentina dove insieme con altri colleghi di Buenos Aires devo rinforzare la presenza del nostro giornale per alcuni lunghi mesi…

Prenotazione quindi fatta una decina di giorni fa quando il coronavirus era ancora lontano dagli Stati Uniti. E fino a lunedì scorso negli USA i casi accertati erano pochi, anche in proporzione alle dimensioni del Paese e al numero di abitanti. Ma già c’erano state le dichiarazioni di ‘stato di emergenza’ dalla California fino alla Florida. Solo l’inizio però con le università che cominciavano a chiudere e il Miami International Airport che ora dopo ora, da punto più affollato del South Florida, diventava quasi un deserto. Corse alla caccia di costosissime mascherine, come di alcol e disinfettanti per le mani e per le superfici. Quelle salviette umidificate che di solito nei supermercati vengono vendute a pochi dollari, venivano addirittura contingentate, da BJ’s, catena di grandi ipermercati, non se ne potevano acquistare più di due confezioni a testa. Anche l’acqua si vedeva sui carrelli della gente in quantità incredibili. E dire che in Florida l’emergenza vera ancora non c’era e fino a oggi non c’è. Ma il panico, la paura di rimanere senza sembra davvero più forte di qualsiasi appello alla calma.

Ancora, per fortuna, a Miami e dintorni non si sono visti gli assalti ai supermercati come succede nelle epoche degli uragani, quando tutto sugli scaffali sparisce, ma i reparti sapone, disinfettanti sì, quelli sono vuoti da giorni. E il mio viaggio? No, non ci si può far fermare da quello che capita di sbagliato vicino a te. Pronto fino a quando, tre giorni prima di salire sull’areo, mia moglie ha pensato di mandare una mail al nostro medico, per chiedere se c’era da prendere qualche accorgimento particolare, vista anche la lunghezza del viaggio, nove ore. E mentre le autorità della Florida, ma anche di altri diversi stati, soprattutto New York che nel frattempo aveva anche impiegato la National Guard, mettevano in cammino i controlli sull’aggiotaggio, ricordando anche le pene in cui si incorre, il coronavirus anche qui continuava la corsa, fatta tanto di paura. Ma per quello che mi riguardava, vista la situazione, c’erano ancora tutti i crismi per poter salire stasera sull’aereo della American Airlines.

Avevo anche cominciato a prendere un supplemento, Airborne, serve per rinforzare il sistema immunitario. Ogni precauzione, per sè e in questo caso anche per gli altri, può servire. Come ultimo consiglio, però, aspettavo quello del medico, mentre nel frattempo anche la Organizzazione Mondiale della Sanità si era arresa alla evidenza che poi da giorni si trovava sotto gli occhi di tutti: non era più una epidemia, ma si trattava di pandemia. E mentre la preoccupazione saliva, non per me, ma per la famiglia, gli amici e tutti i nostri connazionali che si trovano in Italia, il suono dello smartphone mi avvertiva dell’arrivo di una mail, qualche ora prima dell’annuncio di Donald Trump del blocco dei voli dall’Europa, esclusa la Gran Bretagna e del primo caso ufficiale di contagiato nella contea di Miami-Dade. Era il mio medico: nel 2007, io non me ricordavo proprio più, avevo avuto un problema respiratorio, poi completamente superato al punto di farmene addirittura dimenticare. Ma quella data era rimasta nella mia storia medica e vista l’aggressività del Covid-19, il consiglio, solo tale, senza nessuna imposizione, che mi è stato dato, per la mia salute, ma anche quella degli altri, è stato di non partire.

A malincuore l’ho dovuto accettare. Siamo in un momento terribile, nel mondo come negli States, nelle ultime ore anche anche la NBA e i Miami Tennis Open (come tutti i tornei ATP) sono stati fermati. La coscienziosità può essere il primo passo per la ripresa. Non serve svuotare i supermercati, ci vuole attenzione verso se stessi e gli altri. Ma di una cosa sono certo: Montevideo e Buenos Aires, ci vediamo presto.

Roberto Zanni