Una mascherina protettiva (foto depositphotos)

Caro Direttore, sono a casa, sono in carcere, sono stanco di non poter salutarti e darti un abbraccio! E dopo tante riflessioni, sono giunto alla conclusione che questa angoscia che ci colpisce democraticamente a tutti, è dovuta alla mancanza di libertà. Eh si! Ora siamo a casa, senza poter far altro che , come diceva mia Nonna Marcella di Ancona, "rimuginarci" dentro.

Dopo già 2 settimane in Uruguay, dove tutti aspettiamo l’impennata del numero di contagi come nel corridoio della sedia elettrica per un condannato negli USA, non ci resta che cominciare a guardare il mondo con più comprensione, con meno egoismo, con più amore, ma, soprattutto, con molta speranza. Il nostro paese è il più colpito al mondo da questo flagello mondiale e ci ha già dimostrato quanto male può provocare. l’ignoranza, l’incertezza, l’angoscia, elementi che sono ormai moneta corrente. Ma noi siamo italiani e il tricolore ci ricorda drammaticamente ciò che ci accade da molti secoli.

Mi vengono ora in mente quelle lunghe chiacchierate che, quando ero bambino, facevo con Nonna Marcella, Nonna Emma o Nonno Alfonso. Mi raccontavano come avevano vissuto le due guerre mondiali, i terremoti, le valanghe, le eruzioni volcaniche, le alluvioni, insomma tutti quei cataclismi che uccidevano, ma non fermavano le società, ovviamente eccetto le guerre mondiali!! Mi raccontava Nonna Marcella che, durante la prima guerra mondiale, quando era un’adolescente, le navi sparavano cannonate sul porto di Ancona. Molte di quelle cannonate sfioravano la caserma Villarey, davanti alla quale, i miei nonni avevano la casa, dove sono nato fisicamente nel lontano 1953. Stavo proprio in quella casa nel 1972, quando ero all’Università e il terribile terremoto distrusse molte strutture della mia città e ci mise tanta paura. Durante la prima guerra mondiale, Nonna Marcella perse un giovane fratello ucciso da una pallottola in trincea e nella seconda perse due amici dell’infanzia in un bombardamento che chiuse a morte le entrate di un rifugio, mentre suo figlio, Zio Orazio, veniva rapito dai tedeschi per portarlo ad un campo di concentramento!

La fortuna fu fondamentale perchè lo zio riuscí a scpappare da un camion e far perdere le sue tracce ai mastini di Hitler. Poi la seconda guerra mondiale, sempre davanti ad una caserma dell’esercito italiano, uno dei primi bersagli di ogni bombardamento. Mi raccontava Nonna che, per fare un po’ di sale per lo scarso cibo, in estate si metteva l’acqua salata del Passetto in una grande pentola che si essicava al sole e nel fondo appariva un mucchietto di sale purissima.

Anche Nonno Alfonso mi raccontava del fascismo, delle bombe, delle tragedie, unici esempi lontani nel tempo che mi fanno ricordare ciò che stiamo vivendo ora. Ma, come ripeto, caro Direttore ora, ciò di cui più sento la mancanza, è della libertà di darti un abbraccio fraterno come lo facciamo da quando ci conosciamo. Non per fare un discorso strappa lacrime in momenti di apocalisse, ma sai benissimo che siamo Italiani e tu, che sei nato nel giorno della liberazione d’Italia, potrai capire benissimo queste parole.

Stefano Casini