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Il Covid continua a presentare il conto delle sfide ai 27 paesi dell’Unione europea. Ora gli tocca trovare un accordo comune sulla riapertura delle frontiere ai paesi extra-Ue. E il compito, ca va sans dire, non è semplice. Ieri gli ambasciatori dei paesi membri hanno discusso per ore alla ricerca di una soluzione che potesse andare bene per tutti. Obiettivo: tutelare l’area Schengen. Ma hanno deciso solo dei criteri e oggi si rivedranno ancora. Il rischio è che ogni Stato decida per sé, a seconda dei propri interessi. Ma la mappa attuale dei contagi rilascia una situazione sbilanciata tra est e ovest: con oltre 2 milioni di contagiati su una popolazione di 328 milioni di persone, gli Usa di Donald Trump potrebbero non rispettare i criteri rispetto alla Cina che in questo momento ha qualche centinaio di infetti su una popolazione di un miliardo e 400mila persone. Ad ogni modo, l’Ue potrebbe eliminare le limitazioni di viaggio nei confronti dei paesi con un tasso di nuove infezioni inferiore alla media europea (16 su 100mila abitanti) per 14 giorni, con un trend dei contagi stabile o in calo rispetto ai 14 giorni precedenti al dato, un punteggio medio totale di ‘Ihr’ (International health regulations, istituiti dall’Organizzazione mondiale della Sanità) superiore a 70. Sono questi i criteri epidemiologici che dovrebbero fare da linea guida per la riapertura. Poi ce ne sono altri che riguardano le misure di contenimento adottate, incluso il distanziamento fisico, nonché considerazioni economiche e sociali. L’idea è di riaprire dal primo luglio, se si arriva a stilare una lista comune dei paesi terzi. Dovrebbe essere una lista corta, di 12-15 paesi, da aggiornare ogni settimana. Ma la difficoltà maggiore sta nell’affidabilità dei dati raccolti e la loro validità temporale: ieri gli ambasciatori hanno discusso sulla base di dati raccolti il 15 giugno, ben dieci giorni fa. Naturalmente, Bruxelles non può imporre una lista agli Stati membri, che hanno sempre l’ultima parola per decidere. Ma l’Italia e altri paesi stanno chiedendo un coordinamento con la Commissione europea per trovare criteri "scientifici ed oggettivi" validi per tutti. La decisione non è semplice. E implica considerazioni geopolitiche. Con Trump, per dire, la tensione è già alle stelle, soprattutto tra Washington e Berlino, alla vigilia dell’inizio del semestre di presidenza tedesco dell’Ue (a partire dal primo luglio). Il tema della riapertura delle frontiere europee è un altro argomento sensibile nei rapporti transatlantici. Non è un caso che nel noto discorso di Tulsa, il presidente degli Stati Uniti si sia sentito in dovere di spiegare che l’impennata dei contagi è dovuta alla scelta di effettuare più tamponi. Segno che la questione è un nervo scoperto per la sua presidenza e la sua campagna elettorale in vista del voto di novembre. Ieri l’ha anche scritto in un tweet, beccandosi l’appellativo di "idiota" nientemeno che dal ministro degli Interni tedesco Horst Seehofer. Dall’altra parte c’è la Cina, che, malgrado la seconda ondata pandemica a Pechino, mostra dati decisamente più confortanti rispetto a questo inverno, quando il coronavirus cominciò a espandersi da Wuhan agli altri Stati nel mondo. Una situazione oggettiva che potrebbe avvicinare i cinesi più che gli statunitensi all’Ue nei prossimi mesi. Al netto degli avvertimenti di Ursula von der Leyen che lunedì scorso ha concluso il 22esimo summit Ue-Cina alzando la voce contro Pechino sul rispetto dei diritti umani a Hong Kong.

di ANGELA MAURO